Nuovi lavori, l’ora dello Statuto

29/04/2004



      sezione: ITALIA-LAVORO
      data: 2004-04-29 – pag: 20
      autore: DI GIULIANO CAZZOLA

      OCCUPAZIONE Debutta la commissione di giuristi ed esperti che definirà le linee-guida della riforma
      Nuovi lavori, l’ora dello Statuto
      Sarà ridisegnato il sistema delle tutele e dei diritti per atipici e para-subordinati ma anche per i dipendenti
      Domani si riunisce per la prima volta la Commissione, composta da venticinque giuristi, insediata nel marzo scorso (in occasione delle iniziative promosse nella seconda ricorrenza dell’assassinio di Marco Biagi) dal ministro del Welfare, Roberto Maroni, col compito di redigere, entro la fine dell’anno, il testo dello Statuto dei lavori. Il progetto è ambizioso e suggestivo, ma difficile. Il legislatore del 1970 aveva dei precisi punti di riferimento: sul piano internazionale poteva avvalersi della legislazione del new deal rooseveltiano (la celebre legge Wagner del 1935), che era alla base della formazione culturale di un grande giuslaburista come Gino Giugni, l’animatore dello Statuto dei lavoratori. Nella contrattazione collettiva, poi, lo storico contratto dei metalmeccanici del 1969 aveva già anticipato taluni diritti sindacali, destinati poi a trovare sanzione nella legge 300 del 1970. Nella struttura produttiva infine era netto il predominio della grande impresa, che finiva per riassumere in sé il paradigma del lavoro dipendente. C’erano anche le aziende medie e piccole, ma non erano considerate protagoniste della storia: nel 1971 gli occupati in aziende industriali (in senso stretto) fino a 15 dipendenti erano più di 1,7 milioni; nel 2001, 2,9 milioni (il 43% di tutti gli addetti al settore). Oggi, la legislazione di allora finisce per riguardare solo una parte — ancora importante — di un mondo del lavoro che però è diventato profondamente articolato e diversificato. La questione, dunque, di quali nuove regole non riguarda solo – come spesso si crede – il caso, assai diffuso, del lavoro quasi-subordinato, atipico, "grigio", cresciuto a dismisura negli ultimi anni. Anche il lavoro subordinato si è trasformato in conseguenza dei radicali mutamenti che hanno interessato, in questi trent’anni, la struttura produttiva e dei servizi. Ci aiuta a comprendere i fenomeni intervenuti uno studio inedito della società di consulenza e ricerca Con.Media, condotto sui dati dei censimenti (si vedano le tabelle). Nel periodo 1971-2001, le imprese con meno di 50 addetti hanno più che compensato (con l’incremento di oltre 1,50 milioni di nuovi addetti) il crollo dell’occupazione (- 1,25 milioni, di cui un milione perduto nel Nord Ovest) nelle aziende con più di 50 addetti, con un saldo attivo di circa 250mila occupati. Ma non occorre andare indietro di trent’anni per scoprire modifiche clamorose nell’assetto produttivo del Paese. Dal 1991 al 2001 si è avuta un’esplosione del numero delle micro-aziende (aumentano del 51% quelle con un solo addetto, addirittura quasi raddoppiano nei servizi). Secondo il censimento del 2001, su oltre 4 milioni di imprese ben 3,68 milioni avevano meno di 5 addetti (solo poco più di tremila imprese, in Italia, avevano più di 250 occupati). Il numero medio di addetti per impresa era pari a 3,8 (9,2 nell’industria in senso stretto), con una variazione negativa del 12,9% rispetto a dieci anni prima. Se a tale situazione si aggiungono i dati del cosiddetto lavoro atipico non sembra possibile trovare un "centro" unificante sul quale poggiare un nuovo sistema di diritti. L’altro problema serio riguarda le finalità dell’operazione. A fronte delle difficoltà a rifondare in maniera unificante le regole ed i diritti del lavoro, è forte il rischio di lasciarsi afferrare dalla logica delle tutele differenziate. Il che trasformerebbe il mercato del lavoro in un sistema di caste: al vertice la parte (declinante) di una classe lavoratrice coperta dalla legge 300, poi i vari gironi del lavoro atipico ai quali vengono estesi (per sottrazione) i diritti del mondo del lavoro di prima categoria, in quanto compatibili. Il tutto produrrebbe soltanto un irrigidimento complessivo dell’assetto del mercato, senza determinare una nuova uguaglianza. In verità, per smontare il vecchio apparato di tutele e rifondarne uno nuovo si dovrebbe ripartire, da un lato, dalla disciplina del licenziamento, dall’altro dalle protezioni previdenziali ed assistenziali, arrivando a delineare percorsi e trattamenti il più possibile comuni ed uniformi. Ma per questa via si va incontro a due enormi ragioni di conflitto: da un lato, la riforma dell’articolo 18 dello Statuto; dall’altro, il riordino del sistema pensionistico, da cui il Governo ha stralciato quella proposta di riduzione dell’aliquota contributiva, per i nuovi assunti a tempo indeterminato, che avrebbe potuto rappresentare l’avvio di un processo di allineamento del peso della previdenza sul costo del lavoro, per tutte le tipologie.