“NuoveBR” La Cgil e quei controlli che non ci sono stati

15/02/2007
    mercoledì 14 febbraio 2007

      Pagina 11 – Primo Piano

      La Cgil e quei controlli che non ci sono stati
      «Un’ espulsione in 10 anni»

        Cantone: dobbiamo intervenire preventivamente Un sospetto a casa di una segretaria provinciale Fiom

        Marro Enrico

          ROMA – Misura le parole Carla Cantone, energica segretaria organizzativa della Cgil. «Sì, è vero. Dobbiamo trovare il modo per intervenire preventivamente». Non basta provvedere dopo, con le sospensioni e le espulsioni degli iscritti quando sono stati arrestati o condannati per terrorismo. «Si può essere sospesi – aggiunge – anche per il fondato sospetto che uno sia un terrorista», aggiunge. Nell’ ultimo decennio (ma forse anche di più) è avvenuto solo una volta. Nel novembre del 2003, quando un delegato torinese della Fillea (edili), Valter Ferrarato, fu espulso dalla Cgil perché in un’ intervista con La Stampa si era dichiarato solidale con le Br. L’ uscita fu così clamorosa che il provvedimento disciplinare fu inevitabile. Ma è rimasto un caso eccezionale. Del resto, spiegano in Cgil, se si viene a conoscenza di una notizia di reato ci si deve rivolgersi alla magistratura mica al sindacato. È quello che fece Guido Rossa nel ‘ 79 e per questo fu poi ucciso dalle Brigate rosse. E se non si tratta di una notizia di reato, ma di comportamenti e linguaggi estremi la questione è molto più complessa, «perché noi siamo un’ organizzazione aperta e pluralista». Ma ora è una linea dura quella che la Cgil si prepara ad adottare dopo lo shock dei 15 sospetti terroristi arrestati, 8 dei quali iscritti o delegati Cgil, di cui uno preso dalla polizia nella casa di una segretaria provinciale della Fiom, il che forse segnala che è proprio il caso di alzare il livello di guardia. Nessuna caccia alle streghe, sottolinea Cantone. Ma un esempio rende chiaro che la musica cambierà: «Dobbiamo andare tra i lavoratori e spiegare che se prima a uno che diceva "traditore" a un avversario politico gli dicevi che era un errore, adesso uno così lo devi isolare perché potrebbe sì essere solo uno stupido, ma potrebbe anche essere qualcosa di più grave». Insomma: vietato sottovalutare. Nessuna generalizzazione e colpevolizzazione «a prescindere», ma se succede, come a Padova, che un gruppo di iscritti e delegati frequenta un centro sociale molto a rischio come il Gramigna, «si deve usare più attenzione». «La Cgil non deve farsi coinvolgere da personaggi che usano un linguaggio e toni che non sono della Cgil», insiste Cantone. Tutto questo, «andremo a dirlo ai lavoratori». Ma poi ci sarà anche un lavoro intenso all’ interno dell’ organizzazione: si riuniranno i gruppi dirigenti in tutti i territori «per fare un’ analisi di come siamo messi nelle aziende e vedere se c’ è qualcosa che c’ è sfuggito, se ci sono situazioni calde». Un tempo, negli anni di piombo, il livello di vigilanza interna era per forza di cose più alto. «Pesava molto anche la simbiosi tra Pci e Cgil – dice Giuliano Cazzola, allora dirigente della Fiom – Il Pci era molto attento al deviazionismo e dopo l’ aggressione a Lama e l’ omicidio Rossa i gruppi dell’ autonomia furono considerati nemici e se qualcuno professava simpatia per queste formazioni veniva buttato fuori dal partito e dalla Cgil. Ecco perché, per esempio, allora non sarebbe stato possibile per la Fiom partecipare a una manifestazione come quella del 4 novembre insieme a no global, centri sociali e quant’ altro. Il Pci lo avrebbe impedito». Ottaviano Del Turco, segretario aggiunto della Fiom dal ‘ 77 e della Cgil dall’ 83 al ‘ 93, è però convinto che c’ è solo un modo per prevenire: «I dirigenti del sindacato devono stare più spesso a contatto con i lavoratori e non, come ha detto giustamente Pierre Carniti, andare in fabbrica una volta ogni 26 anni. Le racconto un episodio. Era il 1979 o il 1980. Io e Pizzinato facemmo 9 ore di assemblee in tutti i reparti della Magneti Marelli di Sesto San Giovanni per una vertenza aziendale. Al termine noi lo avevamo capito che lì dentro potevano esserci dei terroristi. A tre lavoratori glielo dissi in faccia: "Voi non mi convincete, siete brigatisti". Si chiamavano Baglioni, Folloni e Reale. Noi li isolammo. Poco dopo furono arrestati perché trovati con le armi in pugno nei boschi di Verbania»