“NuoveBR” Intervista a Cesare Damiano

19/02/2007
    sabato 17 febbraio 2007

    Pagina 19 – Politica e società

    Intervista a Cesare Damiano, Ministro del Lavoro

      «Già visti i terroristi venuti dal nulla»

        di Alberto Orioli
        e Giorgio Pogliotti

          Era un giovane delegato Fiom alla V Lega Mirafiori quando i terroristi cominciarono a sparare. Oggi, dopo 30 anni, Cesare Damiano è
          ministro del Lavoro (59 anni). Per lui èun triste amarcord questo risveglio terrorista anche perchèalcuni esagitati, in qualche corteo nei mesi scorsi,lo hanno identificato come nemico.Si sente minacciato? «Continuo a fare la vita di sempre —dice —anche se negli ultimi mesi c’è stata più attenzione da parte di chi si è dedicato alla mia protezione. Decisivo è stato un episodio che i media hanno amplificato: un unico striscione che mi offendeva èstato trasformato in un’aggressione di massa. Non va bene esagerare, ma neanche sottovalutare la violenza delle parole, soprattutto se c’è l’indicazione di un bersaglio. Per questo quell’episodio va condannato».

          Non crede che sia tempo che anche l’Unione ponga dei "confini a sinistra"?

            Penso che la politica debba darsi dei confini,anche attraverso forme di autoregolamentazione. Bisogna evitare comportamenti superficiali e riportare nella dialettica politica il rispetto per l’avversario che non è mai un nemico. Questo vale per la destra come per la sinistra. È ora di stabilire qualche regola ed essere meno tolleranti con chi trasgredisce, distinguendo tra aggressore e aggredito.

            Prima sindacalista di base, poi segretario.Politico e ora ministro. Punti di osservazione diversi: come valuta il riemergere del fenomeno del terrorismo nelle fabbriche?

              Con grande preoccupazione. Sta emergendo un fenomeno quantitativamente e qualitativamente significativo che desta grande preoccupazione. Certo non immaginavo che dopo i colpi ricevuti negli ultimi anni il terrorismo fosse completamente sradicato. Ma a colpirmi è la capacità di fare proselitismo trai giovani operai da parte di alcuni residui della vecchia esperienza brigatista.

              Cinque dei 15 terroristi arrestati nel primo blitz avevano la tessera dei meccanici Cgil. Perché proprio la Fiom?

                Ricordo che i terroristi cercavano fin dall’inizio di insediarsi alla Fiat Mirafiori, un luogo simbolico delle lotte sociali e politiche. Quel che sta succedendo mi ha riportato a quegli anni, al 1972 quando da giovane funzionario sindacale alla V Lega Fiom della Mirafiori ho assistito all’avvio del fenomeno terroristico. La memoria riaffiora ed ècarne viva. Prima l’aggressione al sindacalista Cisnal Bruno Labate (legato a un palo, rasato e cosparso di pece) poi il sequestro del dirigente della Fiat Ettore Amerio. C’è stato un crescendo di atti intimidatori, agguati, gambizzazioni, fino all’omicidio dell’ingegner Carlo Ghiglieno e del vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno. Per non parlare dell’assalto militare di Prima linea alla Scuola di amministrazione industriale di Torino.

                Quindi stavate fianco a fianco in fabbrica?

                  Inconsapevolmente, abbiamo vissuto vicino ai terroristi che avevano una capacità di mimetizzazione molto alta. Ricordo un brigatista, Cristoforo Piancone, operaio della carrozzeria che partecipava ai corsi con le 150 ore, un uomo colto. Il terrorista venuto dal nulla: lo scoprimmo solo quando fu ferito in un conflitto a fuoco e arrestato. Era parte di un’esigua minoranza di operai che avevano scelto la strada della lotta armata, che volontariamente erano entrati nel sindacato, alcuni facendosi persino eleggere come delegati. È successo alla Fiom Cgil ma anche alla FimCisl.

                  Fiom e centri sociali. Sfilare insieme con le stesse parole d’ordine significa contiguità con l’area grigia?

                    Non accetto la tesi che la Fiom abbia prestato il fianco ai terroristi. Bisogna distinguere tra l’azione democratica dei sindacati e la lotta armata, e questa distinzione vale per tutti, compresa la Fiom che ha sempre dichiarato la totale avversione nei confronti della lotta armata. Chi parla di contiguità sbaglia due volte. Primo: perché non vede che per una lucida scelta di strategia sono i brigatisti a decidere di infiltrare il sindacato. Secondo: perché non capiscono che per i terroristi il sindacato èil nemico da abbattere. Il sindacato è un argine,un baluardo e non a caso dopo il sequestro di Aldo Moro, l’omicidiodi Guido Rossa segna il declino delle Br perché fa emergere la distanza tra questo manipolo e gli operai. Del resto l’azione terrorista, anche negli anni 70,riportava indietro le conquiste sul terreno dei diritti che il sindacato acquisiva. Penso allo Statuto dei lavoratori o al contratto dei meccanici del ’73.

                    Quale è stata la chiave per sconfiggere il terrorismo?

                      È stata determinante l’unità delle forze sociali, politiche e istituzionali che hanno costruito una rete di protezione con un messaggio culturale e politico. Ricordo che dopo l’incendio doloso al sottopasso tra le officine meccaniche e le carrozzerie di Mirafiori, con la scoperta delle scritte inneggianti alle Br, il sindacato propose la vigilanza operaia alla Fiat per arginare il fenomeno e individuare i terroristi, ma la proposta non fu accettata dall’azienda. Come funzionari della Flm di Mirafiori decidemmo di far sottoscrivere ai 600 delegati del " consiglione"di fabbrica — un organismo enorme che dà l’idea del peso del sindacato del tempo — un documento di condanna della lotta armata.Solo pochissimi non lo firmarono e vennero espulsi, alcuni lo sottoscrissero e successivamente scoprimmo che appartenevano alle Br. La capacità di mimetizzarsi era tale che alcuni brigatisti, da delegati sindacali, esprimevano addirittura posizioni tra le più moderate e di mediazione, e ciò ne rendeva più difficile l’individuazione.

                      Sta dando dei suggerimenti al sindacato?

                        Non mi permetto, il sindacato sa fare la propria parte.Ma i fenomeni non vanno mai sottovalutati. E oggi dico — assumendomi anche più responsabilità di quella che ho e ho avuto — che noi stessi all’inizio non percepimmo con lucidità la gravità di ciò che stava accadendo. Oggi il terrorismo si èsviluppato in una situazione caratterizzata da valori deboli, disomogeneità dei corpi sociali, assenza di partiti di massa. All’epoca furono determinanti le migliaiadi assemblee neiposti di lavoro,insieme all’azione dei partiti e all’iniziativa repressiva delle forze dell’ordine. Ma oltre a questo serve capacità politica per dare risposte alle giovani generazioni, su temi come il lavoro nero e la precarietà.

                        Non c’è stata un’enfatizzazione eccessiva del fenomeno del precariato?

                          L’Italia èun Paese strano, perché esiste un Welfare informale che ridistribuisce attraverso mille canali quelle protezioni che lo Stato non riesce ad offrire in modo diretto. Ecco perché èimportante la riforma degli ammortizzatori sociali.

                          Ma il numero di precari è allineato con la media europea.

                            È vero, ma il problema non è quantitativo ma qualitativo perché, a differenza degli altri Paesi, da noi la flessibilità viene spesso utilizzata per risparmiare sui costi, in contrasto con un modello di sviluppo qualitativo. Ovviamente non parlo della buona flessibilità che èfondamentale nell’industria moderna per rispondere a domande di produzione improvvise. Oggi si rimane troppo a lungo intrappolati nella precarietà:un conto èla flessibilità all’inizio della carriera lavorativa, altro èa metà.Siamo impegnati a rimuovere le cause con percorsi di stabilizzazione.

                            Ai proclami terroristi ha risposto dicendo che non cancellerà la legge Biagi. Conferma?

                            I miei maestri hanno fatto la Resistenza, alcuni si sono fatti espellere dalle fabbriche per le loro idee. Ho imparato che i valori non si piegano alle stagioni. Avendo scritto il programma dell’Unione sulla legge 30, confermo che non ne prevediamo l’abrogazione. Vogliamo cancellare le forme più precarie e impedire l’uso distorto della flessibilità: nel futuro il lavoro flessibile dovrà costare più di quello stabile.