“NuoveBR” Damiano: «Anche Prodi ha difeso la Cgil»

19/02/2007
    lunedì 19 febbraio 2007

    Pagina 5 – Economia

    L’Intervista

      «Anche Prodi ha difeso
      la Cgil dagli sciacalli»

        IL MINISTRO DAMIANO: il presidente del
        Consiglio ha ribadito che il sindacato è da sempre
        un baluardo fondamentale contro il terrorismo.
        Ma non è vero che la politica del centrosinistra
        sia lontana dalla società. Abbiamo riportato il lavoro
        al centro della nostra agenda

        di Giampiero Rossi / Milano

          Il governo ha difeso la Cgil dagli sciacallaggi di chi ha voluto forzare i legami tra il sindacato e il nuovo rigurgito brigatista. Il ministro del lavoro Cesare Damiano ne è convinto e cita a questo proposito le parole di prodi che ha definito l’organizzazione sindacale guidata da Guglielmo Epifani come un «baluardo contro il terrorismo».

          Ministro Damiano, al termine di una settimana difficile, Epifani ha lamentato freddezza da parte della politica nei confronti del sindacato rispetto alla scoperta di alcuni iscritti alla Cgil che sono stati coinvolti nelle indagini sul terrorismo. Ha ragione?

            «A me pare molto importante il fatto che lo stesso presidente del consiglio, nei giorni scorsi, abbia a chiare lettere ribadito una cosa che io condivido totalmente: e cioè che il sindacato è sempre stato e resa un baluardo fondamentale contro il terrorismo».

            Ma il leader della Cgil ha detto che questa vicenda ha anche evidenziato uno scollamento dei partiti del centrosinistra rispetto al mondo del lavoro. Dice che sono diventati “partiti d’opinione” e che seguono troppo quello che dicono i grandi giornali, gli stessi giornali che avrebbero forzato alcune notizie sui sindacalisti sotto inchiesta. Lei è d’accordo?

              «Condivido l’idea secondo cui, purtroppo, i giornali in molti casi costruiscono le opinioni e orientano la sfera politica e sociale, anche senza elementi fondati. Talvolta io stesso sono stato vittima di distorsioni, e purtroppo vale per quasi tutti i giornali. E non c’è dubbio neanche sul fatto che una parte della politica guardi al partito d’opinione, al partito “leggero”, alla sostituzione delle segreteria politiche con gli “staff”. Io sono contrario e penso che i partiti – senza tornare a modelli superati come il partito-massa – debbano continuare a costruire il proprio radicamento tra la gente e nel territorio. In realtà credo che il primato della politica, intesa come arte della mediazione e come confronto serrato tra opinioni diverse, sia argomento di grande attualità. Del resto se penso ai Democratici di sinistra, che contano pur sempre circa 600.000 iscritti e un forte radicamento nel territorio, non penso certo a un partito leggero e d’opinione».

              Quindi non è vero che c’è stato un allontanamento della politica di centrosinistra dal mondo del lavoro?

                «È evidente che non esiste più nei luoghi di lavoro l’antica dialettica negli anni settanta tra sezioni sindacali e sezioni di partito, ma sicuramente uno sforzo di contatto con la gente e di ricostruzione di una politica del lavoro negli ultimi anni c’è stato. Non è ancora sufficiente a colmare due decenni di silenzio sui temi del lavoro, ma adesso nella politica del governo i temi come la stabilità del lavoro, la lotta al lavoro nero e alla precarietà, la tutela della salute e della sicurezza, i nuovi ammortizzatori sociali sono tornati argomenti fondamentale».

                Poi è arrivata questa doccia fredda dei giovani e vecchi terroristi nascosti nelle fabbriche e tra i delegati sindacali…

                  «Sì, il nuovo terrorismo ha colto tutti di sorpresa. Ci sono stati molti commenti. Dopo le osservazioni a caldo, però, si è definito un orientamento più approfondito. Personalmente ribadisco che questa indagine, che porta alla luce un fenomeno brigatista quantitativamente e qualitativamente da non sottovalutare, deve anche indicarci le strategie per contenere ed eliminare questo fenomeno. Io mi baso anche sulla mia esperienza.

                  E cioè?

                    «Ho trascorso più di trent’anni in Cgil, dal 1970 al 2001, e durante gli anni più critici, cioè il decennio ‘70-’80, ero a Torino nei metalmeccanici. Ero funzionario della Fiom della Quinta lega Mirafiori all’inizio degli anni settanta, quando cominciarono a manifestarsi le prime azioni delle brigate rosse. Ricordo che il giorno del rapimento di Aldo Moro stavo tenendo una riunione sindacale delle fabbriche di macchine utensli e la reazione immediata fu quella di scioglierci e dichiarare lo sciopero e tenere un presidio permanente per molti giorni contro il terrorismo. Insomma ho vissuto nel sindacato il sorgere del brigatismo, la sua espansione e il suo declino, sicuramente iniziato dopo l’omicidio Moro e soprattutto l’uccisione di Guido Rossa, un eroico lavoratore che ebbe il coraggio di denunciare le infiltrazioni brigatiste in fabbrica».

                    Dunque a lei non sorprende il fatto che anche i nuovi terroristi cerchino copertura nel sindacato?

                      «No. In quegli anni ho vissuto il sistematico tentativo di infiltrazione dei brigatisti nelle grandi organizzazioni di massa, in primo luogo il sindacato, ma anche negli stessi partiti, come lucida strategia di ricerca di copertura e di monitoraggio dall’interno delle iniziative che il sindacato intraprendeva contro il terrorismo con l’intento dichiarato di sconfiggerlo. Scoprimmo dopo gli arresti di molti brigatisti che si trattava di molti delegati sindacali, alcuni addirittura negli esecutivi di Mirafiori, che avevano un atteggiamento duttile e moderato sul piano sindacale, insospettabile. Il fenomeno degli infiltrati non è nuovo e il sindacato è sempre stato un fondamentale nemico dei brigatisti. Fu costruito un grande argine contro il terrorismo fondato sull’unità delle forze politiche, sociali e istituzionali che porto al declino delle Br. In particolare fu la grande manifestazione operaia in occasione dei funerali di Guido Rossa a segnare il totale distacco tra la classe operaia e i brigatisti».

                        E oggi le cose stanno ancora come allora?

                          «Penso che il sindacato continuerà a svolgere il suo compito anche di fronte a questo nuovo fenomeno, la cui parte più preoccupante è la saldatura tra schegge di vecchio terrorismo e giovani. Del resto sono state già previste numerose iniziative, perché va costruito come in quegli anni un clima politico e culturale, anche di formazione verso i giovani che non hanno vissuto quel periodo. Perché il terrorismo è nemico del sindacato, dei lavoratori, delle conquiste ottenute attraverso la lotta democratica e la contrattazione. Secondo me ci sono tutte le condizioni per ricostruite questo fronte, perché dobbiamo sconfiggere qualsiasi forma di violenza, anche di quella verbale».