“NuoveBR” Altri venti operai nell’inchiesta Pcpm

16/02/2007
    venerdì 16 febbraio 2007

    Pagina 7 – POLITICA & SOCIETÀ

    Altri venti operai
    nell’inchiesta Pcpm

      Dieci di loro sono delegati sindacali di aziende della provincia di Milano. Nell’avviso di garanzia c’è anche l’accusa di aver partecipato ad un attentato terroristico già compiuto

        Sara Menafra
        inviata a Milano

          Ci sono altri venti operai nell’inchiesta della procura di Milano sul gruppo che almeno dal 2001 avrebbe tentato di mettere in piedi un nuovo Partito comunista militare. E dieci di loro sarebbero delegati di fabbriche della provincia di Milano, alcuni anche con incarichi politici di rilievo in un importante sindacato.

          Il nuovo filone dell’indagine salta fuori dagli avvisi di garanzie notificati lunedì mattina durante le settanta perquisizioni che hanno accompagnato i quindici arresti di Davanzo e compagni. E se il gruppo finito in carcere una settimana fa è accusato di associazione sovversiva e banda armata per queste venti persone c’è una ipotesi diversa e più grave: avrebbero già attentato alla vita o all’incolumità di una persona, come mostra chiaramente l’imputazione di 280 c. p. contenuta nel capo di imputazione. E’ un elemento strano: l’accusa è molto grave e sembra difficile che la pm Ilda Boccassini abbia deciso di far sapere agli indagati che sono accusati di un fatto tanto pesante, scegliendo allo stesso tempo di lasciarli a piede libero. Neppure i contorni di questo attentato sono definiti, si sa solo che si è svolto prima dell’aprile 2006, ma nell’avviso di garanzia non sarebbe specificato quando si sarebbe svolta l’azione e contro chi sarebbe stata rivolta.

          Eppure almeno un dato è chiaro: il cerchio non si è chiuso con le armi trovate nell’arsenale padovano ieri mattina. Accanto all’indagine che con quella scoperta è nei fatti compiuta, viaggia un altro filone i cui contorni non si sono ancora chiariti. E’ lo stesso filone che in questi giorni ha portato a fare numerose perquisizioni in Svizzera, dove vive Andrea Stauffacher, che ospitava il leader Alfredo Davanzo prima del suo rientro in Italia. E che ha convinto gli inquirenti ad ordinare perquisizioni anche nelle abitazioni di alcuni «esuli» a Parigi che avrebbero fatto parte dell’area delle Br Ucc.

          C’è di più. Dando un occhiata al «Modello 21», il registro con le iscrizioni degli indagati che ha accompagnato l’inchiesta dall’agosto 2004 ad oggi, si scopre che da luglio scorso anche buona parte degli arrestati di lunedì sono accusati di aver partecipato ad un attentato terroristico: insieme a Davanzo, l’intero gruppo padovano, Vincenzo Sisi e altre quattro persone anche loro provenienti da Padova. Tra loro M. S., notata a Milano a fine ottobre mentre accompagnava Bortolato ad una manifestazione in solidarietà con Georges Ibrahim Abdallah, da anni detenuto in Francia e accusato di terrorismo. S. S., la moglie di Scantamburlo che, stando a quel che spiega l’ordinanza, ad ottobre scorso discuteva di espellere dal gruppo una ragazza considerata una infiltrata perché «la posta in gioco è troppo alta».

          Anche gli interrogatori di garanzia proseguiti per l’intera giornata di ieri rivelano alcune sorprese. Dalle carte sequestrate a casa di Davide Bortolato, il presunto leader del gruppo padovano, è saltato fuori un «Documento costitutivo» datato febbraio 2001 ed intitolato «Costruiamo organismi del Partito comunista come prima tappa per la ripresa del processo rivoluzionario in Italia». Il documento spiega che quello che nel 2001 si chiama ancora «Nucleo comunista per il partito» è nato dopo una scissione dei Carc: «All’interno dell’organizzazione ci siamo scontrati con una direzione opportunista con tendenze di revisionismo». E assegna alcuni incarichi direttivi: un «responsabile logistico e organizzativo», dal nomignolo di battaglia «Sberla», un «responsabile del lavoro di massa», «Prof», e uno del «settore giovani», «Tyson». Per ognuno di questi settori viene definito il programma da seguire e gli strumenti da usare per portarlo a termine. A rispondere alle domande sul testo avrebbe dovuto essere la giovane Amarilli Caprio, cui è stato contestato questo pomeriggio per la prima volta. Ma lei ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere, così come hanno fatto Andrea Scantamburlo (che fornì il proprio passaporto perché il resto dell’organizzazione ne potesse ricavare uno falso da dare a Davanzo) e Massimiliano Toschi. Suo fratello, Alessandro Toschi, ha invece deciso di rispondere alle domande del gip Guido Salvini, ma solo per spiegare che lui con il Pcpm non c’entra nulla e che a Padova conduce una vita «ritirata» e lontana dalle contestazioni che gli vengono rivolte. La notte dell’attentato alla sede di Forza nuova dell’11 novembre 2006 era a casa con la fidanzata, ha detto, e di lì non si è mosso per tutta la serata. Oggi, nell’ultima tornata di interrogatori di garanzia, sarà la volta dell’«ideologo» Alfredo Davanzo.