“NuoveBR” 15 arresti

15/02/2007
    martedì 13 febbraio 2007

    Pagina 2 – Interni

    «Nuove Br pronte all’azione»: 15 arresti

      Sgominate le cellule di Padova, Torino e Milano, 70 indagati. In manette anche 8 iscritti alla Cgil

        di Susanna Ripamonti / Milano

        DUE ANNI E MEZZO di indagini, di appostamenti, di intercettazioni e ieri la decisione di fermarli, per sventare un attentato che ormai era entrato nella fase operativa, programmato per Pasqua, alla redazione milanese del quotidiano Libero. Il primo in ordine di tempo, ma all’interno di un ventaglio di bersagli che andavano dal giuslavorista Pietro Ichino, alla casa di via Rovani di Silvio Berlusconi, a vecchi dirigenti della Breda indicati come responsabili delle morti per amianto di decine di operai, Eni, Sky. Pensavano anche a un sequestro di persona, per autofinanziarsi

        I quindici eredi delle Brigate rosse arrestati ieri dalla Digos, tra Padova, Milano e Torino – indagini coordinate dalla pm milanese Ilda Boccassini e dal procuratore aggiunto Armando Spataro – avrebbero potuto uccidere. Il loro bersaglio erano «obiettivi umani» dice la pm. «La soddisfazione è quella di averli fermati, di aver sventato un attentato».

        Davide Bortolato, padovano, di 37 anni, delegato sindacale della Cgil, responsabile della cellula di Padova. Vincenzo Sisi, 53 anni, capo dell’organizzazione torinese, anche lui delegato Fiom. Claudio Latini, 50 anni, arrivato da Padova per dirigere la cellula milanese. Alfredo Davanzo, latitante di lungo corso, rientrato clandestinamente dalla Francia, l’«ideologo» responsabile di un foglio di propaganda clandestino L’Aurora distribuito a un target mirato di possibili proseliti. Sono loro i capi dell’organizzazione terroristica che nasce da una costola movimentista delle Brigate rosse, «Seconda posizione» che contesta la linea militarista alla Lioce, scegliendo bersagli ritenuti particolarmente impopolari e quindi destinati a creare consenso e proseliti. Gli altri arrestati sono più giovani, in prevalenza di origine padovana, reclutati nell’area dei centri sociali Gramigna e del Collettivo politico. Con l’unica eccezione di Bruno Ghirardi, autore di «rapine di autofinanziamento» al tempo della militanza nei Colp, con 17 anni di carcere sulle spalle. Personaggi che vivono normalmente, la maggior parte è incensurata, che lavorano, studiano e cercano nelle fabbriche, nelle università, nelle contestazioni più violente, di reclutare frange disposte a condividere il loro progetto. Per tutti l’accusa di associazione con finalità di terrorismo, costituzione di banda armata, illegale detenzione di armi, documenti falsi, furto.

        «Ormai sono vecchia – dice la 57enne Ilda Boccassini – e per la prima volta, malgrado la mia lunga carriera mi sono accostata a un settore che non conoscevo, se non come cittadina e per il fatto che appartengo a quella generazione che ha vissuto il dramma degli anni di piombo». Nella conduzione delle indagini si vede la sua impronta. «Avevamo a che fare con persone non facili da seguire, dovevamo capire la loro metodologia, il loro modo di vivere per colpirli dove erano più vulnerabili». Gli incontri tra i componenti del gruppo avvenivano in luoghi scelti senza peavviso: un bar, un giardino, un luogo pubblico dove si fermavano al termine di lunghe camminate fatte a distanza. E lì scattava la trappola che Boccassini aveva già collaudato al bar Tombini di Roma, con le microspie collocate all’istante, che avevano incastrato l’ex giudice Squillante.

        Tutto era partito nel 2004, quando nella cantina di uno stabile di via Pepe, Milano, zona Isola, si era trovata una strana bicicletta, con una telecamera nascosta nel fanale anteriore e un sistema di trasmissione dati nel sellino. L’ipotesi che dovesse servire per filmare delle situazioni, per fare sopralluoghi si è rivelata esatta. Per due anni e mezzo si è lavorato per ricostruire l’organigramma dell’organizzazione. «Persone disposte a tutto – dicono gli inquirenti – molto determinate, che credono nel loro programma, che si muovono con professionalità». L’indagine si estende a Torino e Padova, con la collaborazione del Sisde e della magistratura Elvetica si ricostruisce la rete di contatti internazionali che fa capo a Davanzo. Loro non lo sanno, ma in tutti i loro spostamenti hanno alle spalle degli angeli custodi della Digos che controllano le loro mosse, senza arrestarli bloccano le loro azioni, come quando li hanno costretti a scappare, azionando un allarme, mentre, per autofinanziarsi tentavano di rapinare un bancomat. O quando filmano le loro esercitazioni militari. «Abbiamo impedito – dice Boccassini – che persone pericolose, che si ritengono in guerra con lo Stato, fossero liberi di agire». Si sono trovate parecchie armi nel corso delle perquisizioni. Ma anche documenti, floppy disk, materiale cartaceo che si sta analizzando. «Sono convinta che tra quelle carte – prosegue la pm – non troverò una collezione di “Topolino”».