«Nuove regole per le assemblee»

12/05/2003



              Sabato 10 Maggio 2003
              «Nuove regole per le assemblee»

              Per l’ex segretario della Uil Giorgio Benvenuto è essenziale che venga ripristinata la democrazia nelle fabbriche


              ROMA – Nuove regole per tornare a discutere in fabbrica, per confrontare le idee. È quanto chiede Giorgio Benvenuto, leader sindacale per tanti anni, protagonista del riformismo vero.
              Adesso non si discute più, osserva, è necessario ridare la parola ai lavoratori sulla base di norme certe, isolando i contestatori, che avviliscono il prestigio del sindacato e le ragioni dei lavoratori. Benvenuto, si stanno deteriorando oltre ogni misura i rapporti tra i sindacati? La situazione è difficile, ma bisogna distinguere tra i diversi motivi di tensione.
              Il referendum sull’articolo 18 dal contratto dei metalmeccanici? Sono cose diverse.
              Ugualmente pericolose? Per il referendum non sono pessimista. Sarà che mi ricordo quello che accadde nel 1985, ai tempi della scala mobile.
              Allora noi sindacalisti davvero eravamo divisi, schierati su fronti avversi.
              Adesso non è così, le differenze sono tattiche.
              La divisione non è radicale. A parte il fatto che tre ex segretari generali, Trentin, Pizzinato e Del Turco non sono per il sì, io credo che il «no» al referendum sia maggioritario anche nelle file della Cgil. I lavoratori non sono divisi? Non su questo. Nel 1985 le polemiche furono durissime, dentro le fabbriche, in tutti i posti di lavoro. Adesso non è così. La Cgil ha raccolto milioni di firme contro il referendum. Sul contratto dei meccanici però le divisioni esistono. La cosa è più seria. Perché questa è bene o male sempre stata la categoria d’avanguardia, quella che fa storia. Ma soprattutto perché la rottura non è un atto isolato, è una storia che va avanti da tre anni. Costellata da fatti negativi. Sì, non sono stati d’accordo sul rinnovo salariale due anni fa, hanno presentato piattaforme separate, hanno fatto accordi in fabbrica divisi tra di loro.
              La situazione si aggrava. Come è possibile evitare il peggio? La prima necessità è quella di rafforzare la democrazia sui posti di lavoro. Bisogna recuperare l’agibilità delle assemblee in fabbrica. I tre sindacati devono trovare un accordo tra loro per darsi nuove regole: per le assemblee, per le verifiche. Sentire i lavoratori è fondamentale.
              Se un contratto è buono e lo si spiega ai lavoratori, questi capiscono, hanno una loro saggezza nel decidere. Regole per discutere e non scadere nella violenza? Certo.
              Oggi più che ieri servono queste regole, perché non c’è più l’unità, quindi servono delle norme per rispettare la democrazia.
              I lavoratori devono poter discutere tra loro, cosa che non è più possibile. Io mi sono sempre misurato sulle idee, vorrei che lo si continuasse a fare nel sindacato italiano. Perché adesso nessuno si confronta, ciascuno discute al proprio interno, con i propri iscritti. È possibile trovare queste regole? Bisogna riuscirci.
              Gli appelli all’unità non servono a nulla, restano grida manzoniane o pure ipocrisie. E contro i sabotatori del dialogo servono misure esemplari. Una legge o un accordo sindacale? Se il sindacato è in grado di negoziare con le sue controparti un accordo, meglio. Altrimenti, una legge. Esiste il pericolo che le polemiche eccessive finiscano per armare il terrorismo? Grazie a Dio il terrorismo è sconfitto. Abbiamo solo colpi di coda. Adesso serve unità e democrazia. I contestatori danno dei colpi, anche forti alla democrazia, al prestigio del sindacato, alle ragioni dei lavoratori. Ma non danno aiuto al terrorismo.
              Che devono fare i leader del sindacato? Parlarsi. Sono in difficoltà. Devono cercare di capirsi. Anche voi avete passato momenti difficili. Sì, ma non c’era il bipolarismo, che lacera il paese e vuole lacerare anche il sindacato. Oggi c’è più difficoltà nell’elaborazione e nelle proposte, per questo si finisce per essere subalterni alla politica.
              Per questo dico che il sindacato deve ritrovare la forza per ricominciare a discutere al proprio interno, poggiando sulle ragioni dei lavoratori. Epifani, Pezzotta e Angeletti si sono formati nell’unità, ma hanno assaggiato anche le divisioni.
              Per questo devono parlarsi, devono fidarsi gli uni degli altri, hanno tutte le ragioni per farlo.

              MASSIMO MASCINI