Nuove Casse: «Aliquote senza tetto»

13/10/2003



      Sabato 11 Ottobre 2003

      LIBERE PROFESSIONI
      Nuove Casse: «Aliquote senza tetto»

      Pensioni – Gli enti chiedono la possibilità di aumentare contributi soggettivi e integrativi fissati al 10 e al 2%

      LAURA CAVESTRI


      DAL NOSTRO INVIATO
      PORTO CERVO – «Un emendamento illogico quello che include le Casse dei professionisti nella stretta sulle anzianità», riconosce il sottosegretario al Lavoro, Alberto Brambilla. Tuttavia, Brambilla ha avvertito: «le Casse, con la loro ristretta platea e un parterre di attivi costante a fronte dell’allungamento della vita media, rischiano, nel lungo periodo, l’insostenibilità finanziaria. Lo insegna la storia dei fondi autonomi degli elettrici, dei ferrovieri e di molte categorie assorbite nell’Inps». Il sottosegretario al Welfare è intervenuto ieri all’XI Congresso nazionale dei periti industriali nella giornata dedicata alla previdenza. L’emendamento alla delega previdenziale prevede, per le pensioni di anzianità, 40 anni di contributi, a partire dal 2008. E per le Casse che seguono il contributivo (tra cui quelle istituite in base al decreto elgislativo 103/96) la pensione di vecchiaia è fissata a 65 anni di età per gli uomini e a 60 per le donne. Oggi, negli enti privati valgono, indistintamente, i 65 anni. Ma le nuove Casse devono anche risolvere altri nodi strutturali. Vincolate al metodo contributivo a capitalizzazione, sono tenute ad applicare coefficienti di trasformazione e rivalutazione dei montanti previsti dalla legge 335/95 per la vasta ed eterogenea platea del settore pubblico. Per questo motivo, l’Adepp (l’associazione che riunisce le 19 Casse private professionali), in assise a Porto Cervo, ha votato un pacchetto di proposte di emendamento alla delega previdenziale: il progetto lunedì sarà consegnato al ministro del Welfare, Roberto Maroni. La speranza è che il pacchetto confluisca, insieme alla disciplina della totalizzazione che è stata inviata a Palazzo Chigi, nella delega previdenziale come proposta del Governo. «Per le nuove Casse – spiega Giuseppe Jogna, presidente dell’Ente dei periti – si chiede la possibilità di fissare il contributo integrativo fino al 4%, con l’obiettivo di costituire una "dote" per i montanti. E ancora, si sollecita l’eliminazione del tetto contributivo del 10% del reddito, con la possibilità di deduzione integrale delle quote superiori. Inoltre, vanno ricalibrati i coefficienti di rivalutazione e di trasformazione, con revisioni, possibilmente, annuali». Infine, si chiede la possibilità di iscrizione alle nuove Casse per i professionisti che svolgono attività affini ma che ora confluiscono nella gestione separata dell’Inps. Spiega, inoltre, il presidente della Cassa Infermieri, Mauro Schiavon (9mila iscritti all’80% donne). «I macro-problemi sono condivisi. In più, dal 2002, gli infermieri dipendenti (contribuenti Inpdap), che svolgono una parte marginale di attività privata, devono corrispondere i versamenti per le prestazioni aggiuntive all’Ente di categoria. Peccato che la legge abbia dimenticato di fissare percentuali non penalizzanti né dica come semplificare la doppia erogazione. Per questo è aperto un tavolo con il Governo». Demetrio Houlis, presidente della Cassa degli psicologi, lancia ancora una volta l’allarme sull’entità delle prestazioni calcolate con il contributivo. «Con 20mila iscritti e 50 pensionati – commenta Houlis – la Cassa riesce a erogare prestazioni per poche centinaia di euro l’anno. A preoccuparci è dunque la sostenibilità sociale. Raccogliamo contributi per pagare, tra 20 anni, il 20% dell’ultimo stipendio percepito alla nostra platea, per i tre quarti femminile». Le critiche sono condivise da Sandro Sandrini, presidente della Cassa pluricategoriale di attuari, chimici, dottori agronomi e forestali e geologi (16mila iscritti a fronte di 100 pensionati). «È fondamentale – sostiene Sandrini – rivedere i coefficienti di rivalutazione che per noi dovranno essere quattro, riparametrati sulle esigenze di ciascuna delle nostre categorie». Per Pasquale Sandulli, ordinario di diritto del lavoro, il futuro delle Casse si gioca «nel quadro di un contributivo che deve però rivedere al più presto i coefficienti di rivalutazione per garantire dignità al primo pilastro, accanto alla necessità di uno sviluppo, ancora sottovalutato, della previdenza integrativa». Secondo Massimo Angrisani, coordinatore della relazione del Nucleo sulla spesa previdenziale del ministero del Welfare, «il contributivo ha il grande vantaggio di commisurare la prestazione a quanto versato. Su questo fronte c’è un problema di sostenibilità sociale, mentre il rischio è peggiore per le Casse della 509/95, ancora legate al retributivo: vivono di un debito pregresso per aver erogato con troppa generosità ed è quasi inevitabile che si troveranno, nel medio-lungo periodo, a raddoppiare i contributi, dimezzando però le prestazioni».