“NuovaIri (2)” Sei consiglieri in cerca di un ruolo

06/05/2005
    venerdì 6 maggio 2005

    ECONOMIA ITALIANA – pagina 17

    INCHIESTA : LA NUOVA IRI

      Dentro il palazzo / Il peso dei partiti nel Cda
      Sei consiglieri in cerca di un ruolo
      Il presidente Gaggioli era assessore alle attività venatorie Samengo fu coinvolto nel caso della Carical

      MARIANO MAUGERI

        «L’anno 2002, il giorno 5 del mese di febbraio alle ore 16,30, presso la sede di Roma, Via Calabria 46, si è riunito il Consiglio di amministrazione di Sviluppo Italia Spa » . Potrebbe essere l’incipit di un legal thriller alla John Grisham, è un burocratico atto del primo burocraticissimo consiglio di amministrazione di una società pubblica italiana ai tempi della Seconda Repubblica. Per farne una storia ci vorrebbero un protagonista, dei personaggi, una trama e, soprattutto, un bel malloppo, in questo caso di tutti e di nessuno, come spesso succede per i soldi pubblici, quelli ufficialmente governati da codici, codicilli, norme, requisiti, atti, perizie, dichiarazioni, decreti, interpretazioni e chissà cos’altro.

          I poteri. Nella trama di Sviluppo Italia il malloppo c’è (2 miliardi di euro di patrimonio bastano?) e il protagonista pure: Massimo Caputi è un protagonista naturale, un leader che sembra nato con la scimitarra in mano, un uomo lanciato con i suoi fedelissimi verso una meta da lui idealizzata e tracciata. Ci sono pure i personaggi, sei consiglieri di amministrazione che nell’equilibrio dei poteri dovrebbero fungere da contrappeso alla sindrome di onnipotenza che può impossessarsi di chiunque, compreso un amministratore delegato. Quel pomeriggio di tre anni fa, Roma era avvolta da enormi nuvole livide. Alla luce delle lampade alogene il presidente del cda, il professor Carlo Pace, morto l’anno dopo, diede lettura del primo punto all’ordine del giorno: nuovi poteri dell’amministratore delegato.

            Il patto tra gentiluomini che dovrebbe ispirare i neo amministratori di una società prevede una discussione, magari formale, per ribadire la fiducia a chi gestirà il bene prezioso affidatogli dall’azionista. Ma quel pomeriggio la lealtà dei consiglieri non fu nemmeno messa alla prova. Pace tirò fuori una bozza sui poteri dell’ad, preparata di concerto con il Tesoro, azionista unico di Sviluppo Italia. Una specie di editto, cinque pagine che disegnavano un ruolo degno di un sovrano con poteri assoluti, compreso quello di gestire in totale autonomia operazioni fino a 20 milioni di euro. Due consiglieri provarono ad avanzare timide obiezioni ma Caputi troncò ogni possibile dibattito: « O è così o me ne vado » . L’ultima questione all’ordine del giorno era il mandato del consiglio al presidente per valutare il compenso dell’Ad.

            La risposta arrivò un paio di mesi dopo con un comunicato di stile sovietico: « Il presidente ha adempiuto al mandato conferitogli dal Consiglio in merito al compenso dell’amministratore delegato » . Punto. Sull’importo silenzio di tomba.

            I consiglieri. Chi sono gli uomini scelti dall’azionista per affiancare Caputi? A differenza di quanto sventolato per Caputi («L’amministratore delegato è stato selezionato dai cacciatori di teste», disse l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti), la caccia si è consumata tra le segrete stanze di Palazzo Chigi, il ministero dell’Economia e le segreterie dei partiti. Scorriamone brevemente i profili. Che secondo il decreto ministeriale 516 del ‘ 98, firmato dal ministro del Tesoro dell’epoca, Carlo Azeglio Ciampi, devono sottostare a « requisiti di onorabilità e professionalità ».

              Stefano Gaggioli, presidente del Cda, subentrato nell’aprile del 2004 al defunto Carlo Pace. È il grande esperto di caccia e pesca dell’assemblea nazionale di Alleanza nazionale. Amico personale di Gianfranco Fini e compagno di avventure nelle battute di pesca sottomarina del vicepresidente del consiglio al largo del Tirreno, Gaggioli si è convertito alle doppiette per amore del partito, che dopo due anni da parlamentare ( nel ‘ 96 si candida ma non viene rieletto) lo designa assessore alla caccia dell’amministrazione provinciale di Roma e gli offre la poltrona di consigliere della Fiera di Roma. Inesauribile raccontatore di barzellette, il vero mestiere di Gaggioli è un altro, il mobiliere, un Aiazzone dell’Agro pontino, con tanto di aziendina e alcuni punti vendita. Evidentemente agli affari di famiglia pensa qualcun altro, visto che Gaggioli ha il tempo di redigere guide accuratissime sui funghi velenosi, di intrattenersi con i promotori della caccia con l’arco e testimoniare sulla lotta al randagismo.

                Attività meritorie, ma forse non propedeutiche al ruolo di presidente di Sviluppo Italia: per questo incarico la legge prevede cinque anni di attività di amministrazione e controllo di un’impresa. A giudicare i requisiti di professionalità dell’onorevole Gaggioli fu chiamato il professore e avvocato Francesco Carbonetti. Che qualche settimana dopo scrisse: « Gaggioli è membro dal’ 98 del Cda della Fiera di Roma Spa, società della quale dal 2001 ricopre anche la carica di vicepresidente. Mi sembra che tale attività sia sufficiente al fine dell’accertamento dei suddetti requisiti ». Nel Cda qualcuno sibilò a denti stretti: « Incredibile».

                Francesco Samengo, vicepresidente del Cda. Calabrese di Cassano allo Jonio, con una carriera svolta sotto le ali protettrici della Regione Calabria, di cui è stato dirigente, e della Democrazia cristiana. Carmelo Puja, il braccio destro in Calabria di Giulio Andreotti, è di Cassano come Samengo. E Puja non ha mai lesinato all’amico fraterno incarichi piccoli, medi e alti. Lui ostenta il titolo di professore. E la laurea in Economia e commercio apre un curriculum lungo tre pagine in cui Samengo non tralascia neppure il ruolo « di componente della commissione consultiva delle Istanze ( con la I maiuscola) di ricostruzione di carriera in seno all’Ente di sviluppo agricolo della Calabria » . Qualche dettaglio in più lo avrebbe meritato l’incarico, ricoperto dall’ 83 all’ 87, di componente del Cda e del comitato di gestione della Carical, la Cassa di Calabria e Lucania affondata da un buco di quasi mille miliardi di quattrini pubblici.
                Gli ispettori inviati da Ciampi, allora Governatore della Banca d’Italia, inorridirono. Samengo, con gli altri consiglieri e tre funzionari, fu prima arrestato e poi condannato a risarcire lo Stato con l’equivalente di 80 milioni di euro per atti bollati dagli ispettori come « irresponsabili » . Ma con l’aiuto dell’anima buttiglioniana dell’Udc, Samengo rimonta in sella con il Bic Calabria e, dopo la mancata elezione al Senato nel 2001, arriva sulla poltronissima di vicepresidente di Sviluppo Italia, con un grappolo di incarichi nei consigli di società collegate: da Quadrilatero a Isa, con relativi appannaggi che si sommano agli emolumenti della capogruppo ( almeno 80mila euro per cinque o sei riunioni l’anno).

                Livio Proietti, consigliere. Avvocato penalista iscritto ad Alleanza Nazionale e fautore, nel ‘ 92, della nascita della Federazione di Tivoli, autonoma da Roma, di quello che prima della svolta di Fiuggi si chiamava Movimento sociale italiano. Eletto deputato nel ‘ 96, poi sconfitto sul filo di lana alle elezioni politiche del 2001 ( il candidato dell’Ulivo vinse per 598 voti) è presidente della Commissione disciplinare della Lega nazionale dilettanti della Federazione italiana gioco Calcio.

                  Francesco Di Comite, consigliere. Se Francesco Samengo si deciderà a regalare un monumento allo Stato, Di Comite dovrebbe costruirne uno al suocero, il cavaliere del lavoro Peppino Amato, il re salernitano della pasta, amico devoto di Ciriaco de Mita da Nusco. Alla fine della Prima Repubblica, il cavalier Peppino s’invaghisce di Silvio Berlusconi e diventa un suo supporter, così come da tempo era supporter di Marcello dell’Utri e Publitalia, di cui è uno dei principali clienti. Nel ‘ 96 Berlusconi gli promette mari e monti purché si candidi. Peppino fa spallucce e al suo posto manda il genero, Francesco Di Comite, un passato da funzionario al Banco di Santo Spirito e, dopo le nozze con la figlia del capo, di dirigente del pastificio. Francesco è un giovane ambizioso. E il 15 aprile del ‘ 96 capitalizza il suo diploma di geometra entrando alla Camera con Forza Italia. Il titolo di una delle sue due proposte di legge recita: « Nuove norme in materia di crediti insoluti » . Il suo debito nei confronti del suocero lo risolve separandosi dalla figlia dell’imprenditore salernitano e stabilendo la nuova residenza a Positano. Nel 2001, non ce la fa a essere rieletto. E il partito, munifico, gli riserva un posto nel Cda di Fincantieri e un altro in quello di Sviluppo Italia. Note particolari: è un uomo che sa ascoltare. Durante i consigli di amministrazione dell’Agenzia raramente ha aperto bocca.

                    Angelo Piazza, consigliere. Finalmente un curriculum vero, da ragazzo di buona famiglia, studioso e diligente. Laurea con 110 e lode, professore di Istituzioni di diritto privato all’università di Bologna, magistrato al Tar Lombardia, avvocato e ministro della Funzione pubblica con D’Alema. Socialista dello Sdi di Enrico Boselli, di cui fu capo di gabinetto quando ricoprì l’incarico di presidente dell’Emilia Romagna, è stato nominato a Sviluppo Italia dall’opposizione. E, dalla sua storia professionale, sembra che abbia parecchio da perdere da un ruolo che, così come si è configurato, politicamente vale poco e aziendalmente ancora meno. Ecco perché non si intuiscono le ragioni per le quali il professore avvocatomagistrato ed ex ministro sia rimasto sempre al suo posto.

                      Post scriptum. La legge prevede che il Consiglio sindacale di Sviluppo Italia annoveri tra i suoi componenti un magistrato della Corte dei Conti e che la società debba essere sottoposta alla vigilanza della Banca d’Italia. Il magistrato della Corte dei conti non è mai stato nominato. E nessuno, finora, è al corrente di una sola ispezione dell’Istituto di vigilanza. Di qui la domanda ovvia: chi controlla il manovratore cui lo Stato ha affidato due miliardi di euro?