«Nuova agenda per la concertazione»

12/02/2001



Domenica, 11 Febbraio 2001


    Intervista
    Per Amato resta un metodo valido ma ci vogliono obiettivi condivisi – Le entrate calano per il bonus fiscale, non serve una manovra correttiva

    «Nuova agenda per la concertazione»
    Preoccupa l’andamento della spesa sanitaria, va monitorato – Il rapporto tra salari e produttività del lavoro è un tema cruciale

    di Aldo Carboni

    e Alberto Orioli

    Giuliano Amato esce dalla stanza riunioni e spegne la luce. «Niente sprechi».
    Allora è vero, i conti non tornano?
    Non scherziamo. La sobrietà delle abitudini personali non va confusa con le questioni di finanza pubblica.
    E chi scherza? Anche lei ha sentito che circola l’idea che ci sarà bisogno di rimettere le mani nei conti dello Stato con una manovra da 10 o 30mila miliardi.
    Si fa dell’allarmismo sulla base del dato sulle entrate fiscali. È un indicatore interessante anche per misurare certi comportamenti psicologici collettivi. Innanzitutto vorrei capire se gli italiani sono preoccupati perché le entrate sono diminuite o se sarebbero più preoccupati se aumentassero. Da anni diciamo che uno dei problemi italiani è l’eccesso della pressione fiscale. Ora che l’abbiamo ridotta le entrate calano; è normale. Dunque vorrei sapere: è bene o male?
    La diminuzione delle entrate non è un male. Ma la stabilità dei conti deriva anche da altro: la crescita non è quella che si vorrebbe e il deficit aumenta.
    Nessuno mi potrà mai contestare di avere organizzato una manovra temeraria o spericolata. In nulla vi sono stati eccessi: i conteggi del cosiddetto bonus fiscale restituibile e i fabbisogni di spesa pubblica sono conti più che prudenti. Certo c’è una previsione di Pil del 2,8-2,9% e un’attesa di inflazione del 2,3%; è del tutto avventato e fuor di luogo però dire quale sarà il Pil di quest’anno. A meno che non ci sia una pregiudiziale politica, magari pre-elettorale. Dobbiamo aspettare i conti del primo trimestre e seguire l’andamento del Pil.
    Conta anche il resto del mondo: il rallentamento americano, la forza dell’euro. Avevate previsto tutto?
    Il nostro dato di crescita del Pil aveva già incorporato lo slow down americano. Ora vedremo quanto ciò inciderà sul nostro export negli Stati Uniti e quanto la politica fiscale promessa da Bush e le azioni di Greenspan manterranno tonico lo stato d’animo degli americani. Torno allora a domandare: in presenza di queste condizioni, che erano in parte note, lo stare più stretti nella riduzione delle imposte per imprese e famiglie avrebbe fatto salire di più il nostro Pil di quanto lo possa far crescere la nostra manovra redistributiva? È ovvio che io credo di no.
    Il problema dei nostri conti non sono solo le variabili esterne, ma l’accelerazione della spesa, quella sanitaria per prima.
    Questo è vero. È da qualche mese che gli andamenti ci preoccupano. Occorre attivare al più presto quei congegni di monitoraggio che la Finanziaria prevede e che la tecnologia rende possibile per dare attuazione efficace alla cosiddetta "budgettizzazione" aziendale e delle singole unità operative che è essenziale per mantenere la spesa a livelli ragionevoli.
    Crede ci sia un uso "politico" da parte delle Regioni — magari governate da maggioranze opposte a quella del Governo centrale — della spesa sanitaria periferica?
    Assolutamente no. Non esprimo una preoccupazione dello Stato contro le Regioni. Esprimo un problema di tutti.
    Quanto pesa l’aver abolito i ticket?
    Non lo sappiamo ancora. Ci sono solo stime informali — che voi stessi avete pubblicato come tali — che danno una spesa farmaceutica in aumento del 20-25% ma solo in alcune parti del territorio. L’anno scorso la spesa è cresciuta mediamente del 17 per cento. Quindi nel settore c’è una tendenza verso l’alto e che prescinde dalle modifiche di regolazione appena entrate in vigore. L’abolizione dei ticket è avvenuta per la ferma volontà del ministro della Sanità che ha una visione tutta tecnica della dinamica di queste spese.
    E che dice Veronesi?
    Dice che i ticket rendevano 3.400 miliardi lordi e ne costavano quasi 2mila per la sola gestione amministrativa. Il resto serviva a coprire inefficienze nel controllo. Occorre arrivare al più presto al controllo quotidiano informatizzato delle ricette per avere la possibilità di monitorare con successo questo flusso. Ma per farlo — ci dice Veronesi — occorre togliere i ticket. Certo, è chiaro che nel primo anno questa operazione costa e per questo abbiamo previsto 1.700-1.800 miliardi.
    Non ci sono solo i ticket. Restano le questioni degli ospedali da chiudere, la razionalizzazione dei giorni di degenza, i ritardi della burocrazia…
    Questo è forse il punto cruciale e su di esso c’è stata finora troppa reticenza. Le aziende sanitarie saranno davvero tali solo se sapremo capire che bisogna mettere in piedi un sistema misto pubblico privato, se sapremo finalmente immettere finanziamenti privati in organismi che mancano oggi degli stimoli strutturali ad essere efficienti. E l’ospedale a cui concorrono insieme pubblici e privati è, curiosamente, l’esempio più calzante della "terza via" inglese. Una managerialità di derivazione privata fa da costante pendant della direzione sanitaria in modo da mantenere un effettivo equilibrio tra queste due esigenze. Ma fino a quando l’azienda pubblica avrà una unica derivazione, che è quella politica, non arriveremo mai a questi traguardi.
    Questa "terza via", però, ha bisogno di riforme e di maggiori aperture ai privati sia nella sanità, sia nel Welfare.
    Che i grandi servizi e le piccole imprese possano funzionare al netto di un sistema efficiente di canalizzazione degli investimenti finanziari è impossibile. E questo è uno dei problemi più seri nel nostro Paese. I grandi servizi hanno bisogno che le risorse finanziarie circolino. Noi abbiamo appena avviato — ma in modo relativamente asfittico — un sistema di polizze sanitarie integrative che però ha bisogno di essere allargato. Maggiori servizi creano maggiori opportunità di lavoro, creano un sistema nel quale le risorse vanno sia dalla parte della polizza sia dalla parte del provider del servizio. Non c’è alcuna ragione per vedere contrapposti questi lati. Dobbiamo coraggiosamente sfondare alcuni muri che abbiamo tuttora in piedi tra attività economica e produttiva di beni e servizi e canalizzazione finanziaria.
    Sono muri alzati anche dalla sua stessa maggioranza.
    Cosa significhi avere investitori istituzionali di peso che usino il modulo pubblico-privato, e quindi flessibile, nel predisporre il finanziamento per le attività di servizi alla persona lo dovrebbero capire anche alcuni testardi di sinistra. Il mercato finanziario non è il regno dei rentier, ma è un ventaglio di sofisticati strumenti che possono essere messi a disposizione per i grandi interessi collettivi. Senza contare che consentirebbero di superare i confini tra previdenza e sanità e ci consentirebbero di avere polizze per le pensioni, ma anche per i periodi di disoccupazione e darebbero un grande margine di flessibilità per il mercato del lavoro.
    Già, la flessibilità del mercato del lavoro. Proprio su questo si è bloccato il negoziato sul Tfr.
    Diciamo subito una cosa: tra D’Amato e me c’è poco più della lettera D che ci separa. Quando ci troviamo parliamo in modo simpatetico. Naturalmente lui ha le sue esigenze, io le mie. Ma su ciò che ho detto alla Conferenza sul lavoro è stata fatta una gigantografia deformante che non sta né in cielo né in terra. Non ho dichiarato la morte della concertazione. Anzi, sono rimasto uno dei pochi in Italia a pensare che abbia ancora un senso.
    Perché non funziona in questa fase?
    Perché la concertazione sia produttiva di risultati, debbono esserci finalità comuni condivise da tutti i partecipanti e sulla base delle quali si dosano gli scambi di ciò che c’è sul tavolo. In questa circostanza ho avuta netta la sensazione che da parte dell’industria, non credo da parte del presidente D’Amato, vi fosse una qualche difficoltà nel cogliere la crucialità in sé dell’importanza dell’avvio dei fondi pensione. E credo non avessero compreso che era una grande finalità che stava sopra le altre. Io credevo che si potesse ragionare del rapporto tra Tfr, previdenza integrativa e mercato finanziario. E credevo che sarebbe stato giusto pretendere come contropartite delle imprese forme di compensazione per l’aumento dei costi di approvvigionamento. Il resto, la flessibilità e il sommerso che sono temi cruciali, non dovevano essere la contropartita di un risultato che aveva un valore di per sé. Invece il negoziato si è incagliato proprio su questo. Peccato. Poteva esserci un bello slancio comune a dire: in ogni caso il mercato finanziario ci interessa.
    Dica la verità: nella sua critica alle imprese c’è anche un po’ di esigenza pre elettorale…
    Che io abbia le mie esigenze e D’Amato le sue l’ho già detto. Ma da qui a leggere o sentire che io avrei detto ciò che ho detto per creare l’asse Amato-D’Alema-Cofferati contro chissà quali altri schieramenti ce ne corre. Allora mi siedo ai giardinetti e osservo questo meraviglioso spettacolo di burattini creato dal nulla. Chi mi conosce e sa quali siano i motori del mio ragionamento sa bene che non sono questi. Ad esempio: questa è la lettera che mi accingo a scrivere a Goran Persson, il primo ministro svedese, in vista del Consiglio europeo di Stoccolma di metà marzo. Il tema è la crescita, l’occupazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Qui parliamo di regolazioni che ostacolano la diffusione delle tecnologie tra le pmi e la necessità di dotarle rapidamente di patent e diritti di proprietà industriale europei. Parliamo di creazione di portali per le aziende minori: non ho mai visto questi temi al tavolo della concertazione. Ho solo visto il tema dei costi. È singolare che al tavolo della concertazione non possa mai andare il tema del rapporto salari-produttività ad esempio. Ci va solo il tema di quanto il contribuente deve pagare per sostenere il Sud.
    A proposito di Sud. Il Ponte sullo Stretto si deve fare o no?
    È una valutazione collegiale quella di cui c’è bisogno. E il Governo la farà.
    Torniamo alla concertazione: un problema di temi, quindi?
    Nessuno mette in discussione la concertazione, ma semmai l’agenda della concertazione. Penso a quanto poco le attività turistiche e, in generale, un modello di sviluppo basato su beni culturali e servizi al turismo, rientrino nella concertazione. Eppure sono così importanti. Proprio leggendo le ricerche migliori e ciò che insegnano sulle forze motrici dello sviluppo hai netta la sensazione che nei processi decisionali si finisca per attribuire valore di verità economica solo alle posizioni sostenute dagli interessati. Ciò che fa lo sviluppo e ciò che le parti indicano come fondamentale per lo sviluppo non è sempre — nel corso degli anni — coincidente. Il vero limite della concertazione è tutto qui. È un metodo ineludibile per garantire la coesione sociale, ma ha in sé forti rischi di sbagliare la mira nella scelta degli obiettivi, se non è corredato da altre fonti di conoscenza dei processi reali.
    Parliamo di sommerso. La Finanziaria ha fatto qualche passo avanti, ma non c’è ancora una strategia di attacco massiccio al fenomeno.
    Vorrei approfondire anche con D’Amato quelli che sono i limiti praticabili dell’emersione e i vizi non redimibili delle diverse imprese sommerse del Mezzogiorno. Ad esempio nel recente libro "Come nascono i distretti industriali" Gianfranco Viesti fa vedere chiaramente che ci sono aree di sommerso non recuperabili che vivono di costi banditeschi e stanno sul mercato fino a quando i loro costi sono inferiori a quelli del Bangladesh o del Pakistan. Invece ci sono altre imprese sommerse che possono emergere, da un lato, dominando i costi, ma anche munendole di tecnologie e creando un ambiente di infrastrutture adeguato. Da qui la mia eterna dialettica: sono l’ultimo a ignorare il tema dei costi, ma non facciamone solo un tema di costi. La competitività dipende anche da tante altre ragioni.
    Certo. Non crede che sia anche una questione di fiducia, di fiducia in se stesso di un intero Paese?
    Sì. E credo che l’Italia sia ancora un Paese insicuro e ritenga ancora che i suoi problemi lo distanzino dagli altri. Ha stilemi tipici da ultimo della classe. Quando senti dire da Lord Simpson della Marconi che è venuto in Italia perché c’erano ingegneri elettronici di qualità superiore alla media europea pensi che questa è l’Italia. Un’Italia con molte qualità. E che purtroppo non sa di averle.