Nucleare: Il sacrificio dell’energia sporca

29/09/2003




29 Settembre 2003

analisi
Pierluigi Battista

NUCLEARE
Il sacrificio dell’energia sporca
STRIA DI UNA CONSULTAZIONE CHE DIVENNE (QUASI) CACCIA ALLE STREGHE: CONTRO UN MODELLO DI SVILUPPO CONSIDERATO «INSOSTENIBILE»

PERICOLOSE o no che fossero, nel 1987 le centrali nucleari in Italia furono maledette e azzerate, vittime sacrificali di una complessa strategia di, oggi si direbbe, «riposizionamento» politico. Il richiamo antinuclearista ebbe il conforto nel referendum di un’adesione plebiscitaria. I pochi nuclearisti rimasti a presidio di una trincea scomoda e impopolare batterono in ritirata. Trino Vercellese, Caorso, Montalto di Castro divennero nomi da cancellare, bollati nell’immaginazione collettiva come sinonimi di paura e di negatività. La nuova febbre antinuclearista del Psi di Claudio Martelli (Craxi approvava, nicchiando però) aveva sfondato a sinistra, travolgendo anche nel Pci le residue difese filo-nucleari e rafforzando l’alleanza con i radicali di Marco Pannella, già cementata dalla comune battaglia sul referendum per la responsabilità civile dei giudici. Venne il momento d’oro dei Verdi, che fecero entrare nel Palazzo i temi ecologisti. L’energia nucleare sparì. O meglio, sparì dalla produzione italiana. Ritornò sotto forma di consumo dell’energia prodotta dalle centrali nucleari (soprattutto, ma non solo) francesi. Una contraddizione. Ma nelle battaglie ad alta temperatura simbolica la logica è la prima ad essere sacrificata, assieme al comune senso dell’ipocrisia.
Può darsi che, sul piano strettamente tecnico, il blackout che ha oscurato l’Italia c’entri poco con le centrali nucleari ripudiate a furor di popolo sedici anni fa. Ma sul piano delle suggestioni, delle connessioni emotive, delle percezioni che affiorano dalle viscere dell’inconscio collettivo, l’idea che qualcosa della nostra fragilità energetica abbia a che fare con quella scelta per alcuni sciagurata ma per molti provvidenziale, emerge con una certa potenza simbolica. Come del resto fu violentissimo, devastante, inarginabile il trauma simbolico che di quel plebiscito antinuclearista fu l’antefatto e cioè l’apocalittico incidente dell’aprile del 1986 della centrale nucleare di Cernobil, in Ucraina. Più potente di qualunque sequenza di
Sindrome cinese, il film del filone catastrofista che scaraventò sul grande schermo l’angoscia americana per l’incidente accaduto alla centrale di Three Miles Island, l’ansia da contaminazione si insinuò incontrastata in ogni frammento della vita quotidiana dell’Europa, da Oriente ad Occidente. L’emotività italiana, come al solito, lavorò con efficacia sugli ingredienti del grande melodramma. Il latte per i bambini divenne oggetto di tabù, derivati compresi. Il ministro dell’epoca, Costante Degan, stilò un decalogo di cibi ad alto rischio che terrorizzò singoli e famiglie. Gli italiani si impratichirono di un termine, «verdure a foglia larga», che se prima rimandava a un idillio bucolico di cibi sani, nutrienti e «naturali» adesso finiva inesorabilmente per alludere a un’entità ostile e minacciosa, a un ricettacolo di alieni malvagi pronti a colpire il cuore delle campagne e delle città. Tutto apparve vulnerabile all’assedio radioattivo, all’attacco di un agente invisibile e proprio per questo più subdolo, crudele, spietato. Per la credibilità delle centrali nucleari fu un massacro incontenibile. Il primo che si fosse alzato invocando di fermare quel mostro radioattivo avrebbe avuto applausi a non finire. E così fu, in Italia. Come ci si poteva opporre allo smantellamento di quelle centrali del Male che tanti danni provocavano ai nostri bambini?
Il richiamo alla razionalità venne bollato come atteggiamento intollerabilmente cinico. E questa deriva antinuclearista dimostrò ancora una volta lo scarsissimo appeal che l’opzione nucleare, dell’uso civile dell’energia atomica per l’esattezza, aveva sempre ricevuto in Italia. Del resto nel cuore degli Anni Sessanta finì male, travolto da uno scandalo pilotato (si parlò addirittura dello zampino di Giuseppe Saragat), Felice Ippolito, l’uomo dell’atomo, il più fervido sostenitore delle centrali che avrebbero dovuto battere la dipendenza energetica dal petrolio e dal carbone e che non riuscì mai a diventare l’Enrico Mattei dell’atomo italiano. Nemmeno la crisi del petrolio incrinò più di tanto l’avversione diffusa e trasversale verso il nucleare. Attorno alla costruzione della nuova centrale di Montalto di Castro si accavallarono per anni happening e polemiche e una volta un gruppo di irriverenti «indiani metropolitani» dipinse il volto del principe Nicola Caracciolo, anche lui contrario alla centrale nucleare ma che ebbe qualche imbarazzo da quel mascheramento multicolore. Le centrali nucleari apparivano imponenti, minacciose, fonte di infinito pericolo e se qualcuno obiettava che insomma qualche fonte di energia l’Italia la doveva pure aveva, la fantasia anti-nuclearista si sbizzarriva nel disegnare ottimistici scenari in cui l’energia del vento e quella del sole avrebbero illuminato il mondo senza un cedimento strutturale del benessere diffuso e delle conquiste materiali della società affluente, comode ma terribilmente dispendiose sul piano energetico.
E allora, quando Martelli portò il Psi a far proprio il verbo ecologista e radicale, le resistenze nucleariste apparivano già allo stremo. Un grande della fisica moderna come Edoardo Amaldi inutilmente portava i suoi argomenti pro-nucleari affinati sin dai tempi eroici dei ragazzi di via Panisperna. Un suo allievo, Gianni Mattioli, era diventato casomai il vessillifero dell’antinuclearismo fondamentalista. Martelli voleva dare un tocco movimentista al craxismo di governo. Coltivava buoni rapporti con gli ex di Lotta Continua nuovamente raccolti sotto le insegne di
Reporter. Aveva ottime relazioni con Pannella e i radicali. Nel Pci la linea di difesa del nucleare, incarnata da Giovambattista Zorzoli e con la sponda di Gianfranco Borghini e di Napoleone Colajanni, prima vinse un’assemblea nazionale del partito, poi, dopo il cambio di linea annunciato da Luciano Lama, perse rovinosamente. La Dc si defilò, restia ad andare controcorrente. Rimasero a mo’ di baluardi del nuclearismo le sparute pattuglie dei liberali e dei repubblicani che si immolarono sull’altare dell’impopolarità attraverso le solitarie ostinazioni di Adolfo Battaglia. L’emotività antinuclearista sapeva colpire le corde delle paure popolari e i nuclearisti si trasformarono agli occhi dell’opinione pubblica alla stregua di gelidi apprendisti stregoni di una scienza e di una tecnologia nemiche del genere umano. Quando nel novembre del 1986 si aprirono le urne, si contarono percentuali dell’80 per cento di italiani disposti a tutto pur di chiudere quelle costruzioni spettrali da cui fuoriuscivano veleni e morte. La timida stagione del nucleare in Italia si chiuse con la damnatio memoriae nei confronti dell’uso civile dell’atomo. Da non produrre mai più. O, al massimo, da comperare dai vicini. L’idea del blackout era molto, molto lontana.