Nord-Ovest: 36% di colf regolari d’origine extracomunitaria

04/04/2001

Il Sole 24 ORE.com
NORDOVEST

Lunedì 2 Aprile 2001 – N. 13 – Pagina 7

INCHIESTA
    Nelle tre regioni oltre 27mila iscrizioni

    Inps: 36% di colf regolari d’origine extracomunitaria
    Secondo gli ultimi dati a disposizione, nelle tre regioni del Nord-Ovest sono più di 27mila i collaboratori e le collaboratrici domestiche regolarmente iscritti all’Insps e dunque regolarmente assunti. In realtà si stima che la cifra (fornita dallo stesso Inps) corrisponda soltanto a una parte della forza lavoro impiegata in questo campo. Più precisamente, alla Filcams-Cgil parlano di proporzione "uno a due" fra chi lavora in regola e chi lo fa in nero. Il che equivale a dire che in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta ci sarebbero più di 80mila persone in questo settore: e circa 54mila, contro le 27.144 iscritte all’Inps, non sarebbero assunte regolarmente.
    Il 35,8% dei casi "regolari" riguarda lavoratori extracomunitari (anche se è necessario sottolineare come proprio tra questi ultimi il fenomeno del lavoro nero sia più diffuso). Nella provincia di Torino, gli extracomunitari sono più di un terzo del totale: 4.628 su 12.214. A Genova invece sfiorano il 50%: 2.099 su 4.251 iscrittti all’Inps.
    Il settore è in evoluzione. Per i dipendenti questo significa aver ottenuto un aumento sui minimi salariali (del 2,5% per i lavoratori ad ore, del 7,5% per il personale convivente) e una riduzione progressiva dell’orario di lavoro, mentre è aperta una vertenza per la costituzione della cassa malattia, che garantisca il riconoscimento di una indennità a chi è impossibilitato a lavorare a causa di problemi di salute. Dal canto loro, i datori di lavoro, famiglie o singoli che assumono personale domestico, si battono per la deducibilità totale dei contributi versati. La Finanziaria del 2000, invece, ha introdotto la possibilità di dedurre dal reddito imponibile i contributi previdenziali e assistenziali fino a tre milioni di lire.
    L’8 marzo scorso è stato siglato il contratto nazionale per il lavoro domestico. Oltre all’aumento dei minimi salariali – ricordano le organizzazioni sindacali di ctegoria dislocate nel Nord-Ovest – tra le maggiori novità introdotte ci sono il diritto di mantenimento del posto di lavoro in caso di maternità (se sopraggiunta nel periodo in cui il rapporto di lavoro è già esistente), i permessi retribuiti per chi lavora meno di 30 ore settimanali, una progressiva riduzione dell’orario di lavoro. Il diritto alla retribuzione in caso di prolemi di salute – viene sottolineato – rimane all’orizzonte, non è ancora realtà: per ora associazioni sindacali e datori di lavoro hanno previsto nel nuovo contratto un organismo bilaterale che si occupi del problema.
    Ma evoluzione e cambiamento della collaborazione domestica significa, oltre che aumento progressivo degli stranieri e calo degli italiani, anche trasformazione del lavoro. Oggi lavoro domestico vuol dire sempre più assistenza ai bambini e agli anziani. «Sono le due tipologie di collaborazione domestica più in crescita – conferma Anna Cuntrò, responsabile della Filcams Cgil, uno dei tre sindacati a cui fa capo il lavoro domestico, accanto a Fisascat-Cisl e UilTuCs-Uil -Alle tradizionali colf, figure di collaboratrici per i lavori in casa, diventa sempre più importante affiancare quella fetta di persone che soddisfano i bisogni di assistenza di una famigliarispetto ad anziani e bambini.Per lavoro domestico, dunque, si intende una gamma molto vasta di attività. E da quest’anno, dopo il rinnovo del contratto, sarà possibile classificare tra le collaboratrici o i collaboratori domestici i giardinieri e chi assiste animali domestici per qualche ora al giorno o alla settimana. Fino a ieri era possibile soltanto per gli stallieri».
    Nonostante la nuova piattaforma contrattuale e gli sgravi fiscali previsti dalla Finanziaria 2000, questo è uno dei settori in cui il lavoro nero è più diffuso. «Per chi dà lavoro – chiarisce Laura Pogliano Besozzi, presidente di Nuova collaborazione e della Fidaldo, una delle associazioni datoriali del settore – il problema principale è l’illegalità». E il fenomeno del lavoro nero è più diffuso in provincia che nelle grandi città. «Le nostre associazioni – aggiunge Laura Pogliano Besozzi – continuano a chiedere la possibilità di dedurre dal reddito imponibile tutti i contributi versati, senza alcun tetto. Siamo convinti che questo sarebbe un grosso impulso all’emersione del lavoro nero».
    Un "mondo" con cui è difficile stabilire contatti, confermano i sindacati. «Oltre a stranieri irregolari che lavorano in nero – dice Anna Cuntrò – ci sono moltissime donne in cassa integrazione o in mobilità che non hanno interesse a dichiarare il proprio lavoro di collaboratrici, pna la perdita di un reddito assicurato». Il problema, dunque, è rappresentato da una serie di convenienze reciproche che spingono lavoratori e datori di lavoro a non dichiarare lìesistenza del rapporto.
    Filomena Greco
 
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