Non vado in Parlamento, parlerò solo in tv

28/03/2002


Non vado in Parlamento, parlerò solo in tv
di 
Marcella Ciarnelli


 Signori, si cambia. O, meglio, si torna al passato. Il presidente operaio finisce in cantina e ritorna il grande comunicatore. Oplà. L’annuncio Silvio Berlusconi l’ha fatto dal salotto della comunicazione Mediaset, il «Maurizio Costanzo Show» a cui era quasi dovuto dopo che il famoso contratto con gli italiani l’allora candidato premier lo firmò nel concorrente salotto mediatico di Bruno Vespa. Berlusconi parla. Per cercare di correggere il tiro a proposito delle sue affermazioni a proposito della manifestazione della Cgil di sabato scorso che, come al solito «sono state travisate». Il tono è più pacato, ma la sostanza non cambia. Il tono ritorna pesante quando parla di immigrazione. Sulla manifestazione precisa: «Come si può pensare che io abbia messo sullo stesso piano piazza e pistola? Bisogna essere in mala fede…» afferma il premier accomunando nel giudizio sindacato, partiti dell’opposizione e stampa. «Ho solo sostenuto -aggiunge- un principio assoluto. In una democrazia chi governa è indicato da libere elezioni, una democrazia non prevede che il risultato di libere elezioni possa essere spazzato via da colpi di giustizia, di piazza, di pistola». Basta con questa sinistra che si attacca ad ogni frase. «Guardate cosa sono riusciti a dire i vari simil-leader. Anche io avrò la possibilità di reagire dopo essere stato per dieci mesi assolutamente riguardoso e sempre consapevole di essere il presidente del Consiglio degli italiani, però c’è una misura che non si può oltrepassare». L’hanno superata anche quelli che lui ha chiamato intellettuali clown? Non si rimangia la definizione. Anzi, la inasprisce. «Non so come altro chiamarli, potrei solo chiamarli peggio».
Comunque, sollecitato a più riprese da Costanzo, alla fine Berlusconi ha dovuto riconoscere che la necessità di dialogare con il sindacato c’è. E che un governo, anche uno come il suo sostenuto da grandi numeri, non può non tenere conto di quanto chiedono i lavoratori e chi li rappresenta. Certo, quelli in piazza erano solo settecentomila, «non pochi ma non tanti quanti va dicendo il sindacato. Basta fare il conto di quante persone possono stare in un metro quadrato». Appunto, facendo quel conto le cifre del premier non tornano. E poi quella «Cgil che è andata nelle fabbriche dicendo che Berlusconi vuole licenziare come nel ‘94 andava in giro dicendo che volevo diminuire le pensioni. È a queste menzogne che bisogna reagire» ma «sull’articolo 18 non voglio guerre di religione». Quindi «siamo aperti ad accettare altre proposte. Non sono assolutamente convinto di avere la proposta migliore. Anzi loro hanno una competenza su quel settore più elevata della mia». Mano tesa, ma condizionata. A che il punto d’arrivo sia quello che il governo si propone.
Botta e risposta tra Costanzo e Berlusconi che alla fine porterà lo svolgimento del dibattito come la dimostrazione del suo essere «un editore liberale, il più liberale di tutti gli editori».
Alla fine il conduttore riesce a strappare anche una possibile data per la ripresa del dialogo. Dopo lo sciopero generale che ormai è deciso che si farà, magari il 18 aprile. Una data importante. Che il presidente del Consiglio colloca nel 1946 mentre i suoi collaboratori, dalla platea, inutilmente gli ricordano che il 18 aprile cui si fa riferimento fu quello del 1948. Segnale che il premier è stanco. D’altra parte lo ha detto lui stesso che a fare il capo del governo «si lavora molto e si dorme poco». Ed ora bisogna anche ricominciare a comunicare.

Linea dura, invece, contro gli immigrati. La differenza tra quelli buoni che vogliono lavorare e quelli cattivi che verrebbero in Italia importando solo criminalità è tanto netta quanto inverosimile. «Nessuno pensa di dare delle cannonate ad una nave con dentro delle persone -spiega Berlusconi contraddicendo qualche suo ministro- anche se è necessario trovare il modo di intimare l’alt alle navi che trasportano clandestini e fare perquisizioni. Sennò tra poco -ha detto il premier- saremo buttati fuori dal nostro paese dall’arrivo massiccio di clandestini». L’Italia, insomma, sarà anche il Belpaese ma «non può accettare intere masse di immigrati, a mille per volta. Non è in grado di riceverli».
All’opposizione non è piaciuta la nuova esternazione di Berlusconi. Quel rimuginarsi frasi gravi per confermarle, anche se usando altre parole. Gavino Angius, Luciano Violante, Per Luigi Bersani, Livia Turco per i Ds, il Verde Alfonso Pecoraro Scanio, Arturo Parisi, il socialista Enrico Boselli commentano l’ondivago comportamento del premier. Che sceglie di andare a chiarire in tv e non in Parlamento come l’opposizione gli ha chiesto. Ma Berlusconi da questo orecchio sente poco. «Io vado in Parlamento quando ho cose di una certa rilevanza e novità da comunicare. Ho un tale rispetto del Parlamento che non me la sento di andarci a dire banalità e ripetere ciò che si legge sui giornali». Ma sui giornali non ci sono tutte menzogne e falsità, non c’è il suo pensiero travisato?