Non si vive con mille euro al mese

28/09/2004


            martedì 28 settembre 2004

            Non si vive con mille euro al mese
            In Italia la vera emergenza è quella salariale, le famiglie non ce la fanno più

            Laura Matteucci

            MILANO Italiani, povera gente. Mica tutti, certo, i ricchi sono sempre più ricchi, ma i poveri sono sempre più poveri. E soprattutto sono sempre di più. Dice bene Marigia Maulucci, della segreteria confederale Cgil: «Quello cui assistiamo è un attacco concentrico al potere d’acquisto».

            La stangata della nuova Finanziaria.

            La Finanziaria che domani inizia l’iter parlamentare non potrà che aggravare la situazione: di fronte ad una crescita media della spesa pubblica del 5-6%, fissare il tetto massimo al 2% equivale a tagliare tra il 3 e il 4%. Morale: «Sette miliardi di risparmi sono sui servizi – dice Maulucci – Questo significa incidere direttamente sul potere d’acquisto degli italiani, perchè i servizi saranno qualitativamente inferiori e in compenso costeranno sempre di più». In più, a pesare ci sono i prezzi al consumo e le tariffe in costante aumento (solo per quelle del gas è già previsto un rialzo del 3%, dovuto alla mancata disponibilità a ridurre le accise). Giorgio Lunghini, docente di Economia politica all’Università di Pavia, la pensa allo stesso modo: «È evidente che la Finanziaria colpirà i servizi sociali, anche perchè in maniera più o meno diretta verranno ridotti drasticamente i trasferimenti agli Enti locali». A questo si aggiunge una promessa di riduzione delle tasse che viene continuamente rinviata e di cui comunque trarrebbero beneficio solo i ceti alti, «mentre il potere d’acquisto continua a diminuire, così come la quota dei redditi da lavoro dipendente pure – riprende Lunghini – In aggiunta, la ripresa non si vede, e assistiamo ad un progressivo spostamento nella redistribuzione del reddito». Infatti: negli ultimi dieci anni, i redditi da profitti e rendite sono cresciuti del 10% sul totale.

            Ma quanto guadagnano gli italiani?

            Berlusconi dice che l’anno prossimo, cioè tra tre mesi, saremo tutti più ricchi, fissa addirittura delle percentuali: il potere d’acquisto aumenterà del 2,2%. La realtà è diametralmente opposta e, così come l’ha disegnata l’Istituto di ricerche Ires-Cgil nel suo ultimo rapporto (titolo «Salari, produttività, inflazione»), disarmante: su un totale nazionale di 22 milioni di occupati, ci sono 10 milioni di lavoratori dipendenti che alla fine del mese mettono in tasca meno di 1.350 euro. E altri 6 milioni e mezzo che ne mettono in tasca meno di 1.000 – perlopiù lavoratori del Sud, dipendenti di piccole imprese, chi si occupa dei servizi alla persona, e circa il 50% degli ex co.co.co., ora convertiti in «lavoratori a progetto» e simili, secondo la Legge 30. Poi ci sono circa 4 milioni di persone che lavorano in nero o in modo del tutto irregolare, e che guadagnano tra i 600 e i 700 euro al mese. Chi sta meglio sono i circa 5 milioni di lavoratori autonomi (ma non è un «meglio» generalizzato), gli unici che negli ultimi anni hanno registrato non solo una tenuta, ma anche una leggera crescita delle loro entrate. Decisamente, una netta minoranza.


            Postilla (si fa per dire): 10 milioni di pensionati vivono con una media di 750 euro al mese, negli ultimi dieci anni hanno perso il 3% del loro potere d’acquisto, e per loro l’impatto medio dell’inflazione viaggia tra il 4,8% e il 5%.


            Quanto resta da spendere.

            La fonte è Bankitalia, i dati sono stati elaborati dall’Ires: «Tra il 2000 e il 2003 la società si polarizza, e il reddito spendibile nel complesso si riduce», spiega il presidente dell’Ires, Agostino Megale. In cifre: il reddito spendibile per i dirigenti pubblici e privati è in media del 9% sul totale, per i pensionati e gli operai viaggia tra lo 0,3% e lo 0,6%. Del resto: tra il ‘96 e il 2001, cioè con il governo dell’Ulivo, i redditi sono cresciuti dello 0,7%. Il risultato dell’arrivo di Berlusconi, invece, ha portato alla loro diminuzione: -1,3% al 2003, -1,5% al 2004 (una percentuale che, poichè l’anno non è ancora finito, potrebbe aumentare fino all’1,8%, a seconda se verranno rinnovati o meno alcuni contratti importanti). La perdita complessiva totale è di circa 70-80 euro al mese.


            Contratti da chiudere.

            Pubblico impiego, ma anche banche e trasporti tra i rinnovi contrattuali più «caldi». Come dice Carla Cantone, della segreteria confederale Cgil: «Ci sono 6 milioni di lavoratori che attendono la rivalutazione del salario, e di questi più della metà sono dipendenti pubblici il cui datore di lavoro, il governo, non fa nulla per tutelarne il potere d’acquisto». Del resto, riprende Lunghini, «per i dipendenti pubblici l’aumento previsto sarà inferiore rispetto all’inflazione reale».


            I dati, ricorda Marigia Maulucci, generalmente confermano che «dove i rinnovi contrattuali si fanno, tutto sommato un riadeguamento del potere d’acquisto c’è». Ma i problemi sono due: i rinnovi non si concludono mai nei tempi previsti, e in più con la Legge 30 si stanno moltiplicando le tipologie professionali prive di un qualsiasi contratto nazionale di lavoro. Ancora: «Il declino continua – chiude Cantone – la povertà aumenta e i salari pesano sempre di meno, a causa di una politica iniqua e fallimentare. Così come continua anche la grande incertezza per il futuro occupazionale e per la precarietà dei rapporti di lavoro».