Non è solo lo scopo di lucro a individuare il «datore»

17/10/2003



      Venerdí 17 Ottobre 2003

      NORME E TRIBUTI
      Non è solo lo scopo di lucro a individuare il «datore»


      Con la sentenza di ieri la Corte di Giustizia riafferma quali sono i destinatari della normativa comunitaria in tema di licenziamento collettivo: si tratta di tutti i datori di lavoro che intendono procedere a un licenziamento collettivo come conseguenza di una riorganizzazione aziendale, e non – come nella legislazione italiana – soltanto di imprese e/o aziende.
      In altre parole, per la Corte anche i datori di lavoro non imprenditori (per esempio persone fisiche non organizzate in forma imprenditoriale, associazioni sindacali, partiti, associazioni senza scopo di lucro) dovrebbero seguire la procedura per i licenziamenti collettivi definita dalla legge 223/91. Stando al ragionamento dei giudici europei, «la direttiva 98/59, pur non contenendo alcuna definizione della nozione di datore di lavoro, trova applicazione nei confronti di tutti i datori di lavoro che perseguano o meno uno scopo di lucro … ossia da qualunque persona fisica o giuridica che abbia posto in essere un rapporto di lavoro, anche senza perseguire uno scopo di lucro». Da qui l’incompatibilità della legislazione italiana – che circoscrive ai datori di lavoro che perseguono scopi di lucro le regole della legge 223/91 – con la direttiva europea. Come immediata conseguenza dell’eventuale recepimento di questo orientamento, anche i datori di lavoro che non perseguono fini di lucro saranno tenuti a osservare le procedure e a garantire le tutele previste dalla normativa sul licenziamento collettivo: comunicazioni alle rappresentanze sindacali e successivi incontri in sede sindacale e amministrativa per poi procedere, in caso di esito negativo o per decorso del termine massimo per la procedura di mobilità, al licenziamento.
      Il contesto normativo. L’articolo 24 della legge 223/91 prevede che la procedura di mobilità prevista agli articoli 4 e 5 della stessa legge si applica «alle imprese che occupino più di quindici dipendenti e che, in conseguenza di una riduzione o trasformazione di attività o di lavoro, intendano effettuare almeno cinque licenziamenti, nell’arco di centoventi giorni, in ciascuna unità produttiva, o in più unità produttive nell’ambito del territorio di una stessa provincia». Le stesse disposizioni si applicano a tutti i licenziamenti irrogati nei 120 giorni che siano riconducibili alla medesima riduzione o trasformazione aziendale, nonché in caso di cessazione totale di attività da parte dell’impresa. Restano esclusi i rapporti di lavoro a termine, quelli che terminano con l’ultimazione dei lavori edili e quelli per attività stagionali o saltuarie.
      La legislazione europea. Per contro, l’articolo 1 della direttiva 98/59 prevede che per licenziamento collettivo si intende ogni licenziamento effettuato da un datore di lavoro per uno o più motivi non inerenti alla persona del lavoratore. Detto altrimenti, alla definizione di imprenditore in base all’articolo 2082 del Codice civile (identificato come «chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e di servizi») si sostituisce una generica e onnicomprensiva definizione di datore di lavoro come colui che, a qualunque fine, disponga delle energie lavorative di un proprio dipendente. Le conseguenze di questa nuova nozione di datore di lavoro sono di immediata percezione: soggetti giuridici tradizionalmente esclusi dai vincoli della legislazione italiana in materia di licenziamenti collettivi potrebbero confrontarsi con i tempi, i criteri di scelta e le sanzioni della procedura prevista dagli articoli 4 e 24 della legge 223/91.

      GABRIELE FAVA