Non c’è solo la Fiom: tutte le spine della Cgil

17/09/2007
    lunedì 17 settembre 2007

    Pagina 8 – Economia

    Non c’è solo la Fiom,
    tutte le spine della Cgil

      L’ATTESA – Lo strappo dei metalmeccanici apre unaprofonda discussione sul ruolo e i mutamenti del sindacato. Non è solo un problema di «linea», ma del lavoro che cambia, di nuovi soggetti sociali non più rappresentabili come in passato e di chi non sopporta le novità indotte dal post-fordismo

        di Bruno Ugolini

          Aleggere molti giornali l’immagine della Cgil appare quella di una specie di elefante sul viale del tramonto. Intento a leccarsi le ferite, dopo i colpi inferti dall’avventurosa Fiom. Non è proprio così, se si ascoltano le voci dentro il sindacato che fu di Di Vittorio. Non per questo si nascondono difficoltà, ostacoli, problemi. La vicenda Fiom, il no ufficiale all’accordo firmato dalla Confederazione, può dunque innescare una discussione salutare. L’analisi più impietosa è quella di uno studioso dei problemi del lavoro: Aris Accornero. Tutto nasce, a suo parere, dalla mancata accettazione del cosiddetto post-fordismo. “La Fiom è un pezzo della Cgil e della sinistra che non vuole estinguersi. Ha in testa un mondo del lavoro che è così cambiato da essere irriconoscibile”. Una trasformazione che ha coinvolto tutta l’Europa. Accornero nega che la colpa sia della legge Biagi. L’impresa in generale si è rivoluzionata e così il lavoro. E non sarebbe vero che tutti vogliano un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Tanto più che nemmeno quello è un posto sicuro, visto che il 40 per cento dei contratti a tempo indeterminato dura meno di un anno. Ed anche sulla polemica relativa ad un tetto rigido per i contratti a termine Accornero risponde con un dato: coloro che lavorano con la stessa impresa con contratti a termine e vanno oltre i 36 mesi, sono solo il 2,6 per cento. La reiterazione riguarderebbe una minoranza assoluta.

          Insomma un sindacato miope, tornato alle rigidità. La colpa, secondo Accornero, sarebbe in quel “sindacato dei diritti” teorizzato da Bruno Trentin e che avrebbe ostacolato una presa di coscienza del cambiamento. Lo studioso non tiene in considerazione chi sostiene che quella fosse la risposta innovativa proprio al post fordismo. Fatto sta che le conclusioni sono pessimiste: ”Il problema è che non c’è quasi più una sinistra in Italia e in Europa, ci si arrocca perché non si tollera il post fordismo con le sue diavolerie. C’è un’altra sinistra possibile? Neanche io la vedo bene …”

          Ma davvero il sindacato, la Cgil, non sa rinnovarsi? Carla Cantone, segretaria confederale, racconta come l’organizzazione di Epifani sia passata dalle grandi battaglie sulla precarietà e l’articolo 18, durante il periodo berlusconiano, alla ripresa di un ruolo contrattuale e unitario. Un ruolo reso difficile, certo, dal post fordismo di cui parla Accornero. Le destrutturazioni, il decentramento, la frammentazione, ostacolano l’azione sindacale. Ora la Cgil, dopo 14 anni, darà vita ad una conferenza di organizzazione. Proprio per discutere il cambiamento della Cgil. La Cantone ricorda l’ultimo congresso, quando lo slogan era “riprogettare il Paese”. Ora bisognerà, par di capire, riprogettare il sindacato, dare gambe alle proposte innovative. Sarà anche un modo per raggiungere un chiarimento con la Fiom. Anche se alcune critiche dei metalmeccanici, come quella di non aver accompagnato la trattativa sul famoso “protocollo” da una mobilitazione dal basso, trovano subito una risposta. “Sono state organizzate molte assemblee nei diversi territori. Ma la Fiom quante assemblee ha fatto?”.

          C’è chi rincara la dose della polemica. Achille Passoni, segretario confederale, osserva come la Fiom stia leggendo l’accordo su giovani e anziani, con un occhio corporativo. Con una sovra-esposizione politica che “rischia di metterla su una china pericolosa di pan sindacalismo”. Passoni ammette luci e ombre, contraddizioni, nella storia degli ultimi anni. La Cgil, però, è rimasta una cosa vera e forte, con dentro anziani e pensionati, ma anche tanti giovani. I lavoratori attivi iscritti sono aumentati. E’ stata superata la prova col governo Berlusconi (“potevamo uscirne con le ossa rotte”). E poi la prova col nuovo quadro politico e il raggiungimento di un accordo importante. C’è da registrare, in queste voci, al di sopra delle differenze, il senso di un bilancio unitario. Così un’esponente di “Lavoro e società” (vicina alla Fiom nel giudizio sull’accordo di luglio), Paola Agnello Modica, ammette lo scontento nel mondo del lavoro. Ma non dubita che la confederazione abbia fatto il proprio dovere e che saprà affrontare e risolvere i problemi sorti con i metalmeccanici. La Cgil, testimonia, anche nei momenti più difficili ha saputo gestire la propria complessità, con una capacità di ascolto reciproco. E bisognerebbe riconoscerle il merito di aver impedito che i temi del lavoro cadessero nel dimenticatoio. Ora, osserva, la Cgil fa gola a molti, è attorniata da molti pretendenti, magari non disposti a rispettarne la dialettica interna.

          E resta il fatto che un malessere operaio esiste. Uno dei primi a studiarlo è stato Agostino Megale, presidente dell’Ires-Cgil, l’istituto di ricerca. Segnala, ad esempio, una perdita, soprattutto negli anni del governo Berlusconi, tra il 2002 e il 2003, pari a mille euro. Un problema da affrontare, però, evitando il politichese e riprendendo il mestiere del sindacato, quello del contrattare. Anche il gruppo dirigente della Fiom dovrebbe interrogarsi su questo punto.

          Una risposta alle tesi di Accornero, un’altra lettura del post fordismo,è presente nelle parole della segretaria del Nidil-Cgil (il sindacato delle nuove identità lavorative) Filomena Trizio. La sua richiesta è quella di fare una netta distinzione tra chi è davvero un lavoratore autonomo, post fordista, appunto, e chi è un autonomo camuffato. Il sindacato si muove su due linee: l’obiettivo della stabilizzazione, da raggiungere con gradualità, per i camuffati, e la contrattazione sulla parificazione dei costi, per gli altri. E’ la battaglia contro quella che è considerata precarietà e che nel protocollo, sottolinea la Trizio, ha trovato risultati sul piano dei diritti ma non su quello delle norme.

          Riflessioni, proposte che chiamano in causa le difficoltà nell’affrontare una realtà nuova. C’è chi come Michele Magno (un passato da sindacalista, oggi studioso di problemi del lavoro) considera quella della Fiom come una febbre, mentre la malattia sarebbe la Cgil. “Sarebbe assurdo fare della Fiom un capro espiatorio”. L’accusa è pesante: la Cgil non avrebbe avuto, negli ultimi anni, un’adeguata chiarezza strategica sul ruolo del sindacato nella società italiana, in rapporto con le forze politiche nel sistema bipolare. Così come sulla riforma della contrattazione, sulle politiche sociali e di redistribuzione del reddito, guardando allo sviluppo e alla competitività del Paese. Le radici, secondo Magno, sono da vedere nel periodo di Sergio Cofferati, con una politicizzazione dell’organizzazione, una mancata discussione sulle politiche sindacali, sul mestiere del sindacato. E sempre a Cofferati addebita la creazione di un gruppo dirigente collocato vicino a sinistra democratica. Mentre anche i Ds sarebbero apparsi colpevolmente assenti sulle problematiche sindacali.

          Un’analisi polemica che non tiene molto conto, come si usa dire, del “contesto” (il governo di centrodestra) e dei passi successivi, compresa la cosiddetta opera di ri-sindacalizzazione avviata da Epifani. Al quale comunque si addebita l’appoggio dato al referendum sull’articolo 18, nonché l’abbandono del tavolo di trattativa con la Confindustria sul sistema contrattuale. Argomenti che non esita ad affrontare Paolo Nerozzi. Fu merito di Epifani e del gruppo dirigente, dice, saper disinnescare quella mina (il referendum, un lascito del passato), riaprire, in contemporanea, i rapporti unitari. Nerozzi consegna anche una sua spiegazione del “caso Fiom”. C’è stato un tempo, ricorda, negli anni 70, in cui i rapporti tra metalmeccanici e confederazione erano parte di un’ampia, anche aspra dialettica. Poi, negli anni ‘90, si trasformarono come in un rapporto tra leader, come tra due entità incapaci di influenzarsi a vicenda. Oggi appare come un problema politico da affrontare “con rigore e serenità”. Nerozzi vede comunque un grande potenziale nella consultazione aperta sul protocollo, dopo dieci anni di rotture. “Esistono le condizioni per far ripartire il treno dell’unità. E’ un dovere verso questo Paese, dove la coesione sociale va a pezzi, un treno che non possiamo perdere”.