«Non cancellare la legge Biagi»

21/03/2005
    domenica 20 marzo 2005

    sezione: ECONOMIA ITALIANA – pagina 16

    Lettera di Piero Fassino alla famiglia: « Abbiamo il dovere di continuare la sua opera di riformista »
    «Non cancellare la legge Biagi»
    Prodi: ok alla mobilità per imparare un mestiere Maroni: ostacoli della burocrazia Ue sul lavoro

    B. F.

      ROMA • Il lavoro di Marco Biagi è « un’eredità che tutti noi dobbiamo coltivare e rinnovare » . Ad assumere l’impegno è il leader dei Ds, Piero Fassino, nella lettera inviata ieri alla famiglia del giuslavorista bolognese assassinato dalle Br tre anni fa. Fassino, nel rendere omaggio alla memoria di Biagi («uomo del dialogo e del confronto tra le differenze») , sottolinea il valore «dell’opera riformatrice » di colui che ha contribuito a scrivere la legge 30. Ecco perché « a tutti noi compete — conclude il segretario dei Ds — il dovere di proseguire la sua opera di riformista al servizio dello sviluppo delle grandi potenzialità dell’Italia » . Il leader dell’Unione, Romano Prodi, ha ricordato la posizione del giuslavorista sul tema della mobilità del lavoro: « Per Biagi,, ma anche per me, bisogna mantenerla per il periodo necessario per imparare un mestiere ».

      Anche il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, che all’epoca dell’omicidio era segretario della Cgil, ha ricordato Biagi come « uomo di cerniera », un riformista che come Tarantelli, Ruffilli e D’Antona « ha messo in campo la propria esperienza per dare soluzioni e risposte ai problemi della società » . Un giudizio apprezzato dal coordinatore nazionale di Fi, Sandro Bondi: « Le polemiche del passato sono ormai alle spalle e lo stesso sindaco Cofferati credo abbia ammesso il proprio errore quando ha attaccato violentemente la figura, l’opera e l’impegno riformista di Marco Biagi » .

      E proprio degli effetti della legge 30 e, soprattutto, di come sia cambiato negli ultimi anni il mercato del lavoro ha parlato il ministro del Welfare, Roberto Maroni, concludendo i lavori del convegno internazionale organizzato dalla fondazione Marco Biagi assieme ad Adapt e patrocinato dall’Università Luiss. « Contrariamente a quanto sostengono alcuni, l’obiettivo del lavoro di Biagi e della legge che ne porta il nome è stato anzitutto quello di disciplinare i rapporti di centinaia di migliaia di lavoratori fino ad allora privi di diritti e di tutele», ha detto Maroni con riferimento « ai due milioni di co. co. co » stimati dall’Inps. Il ministro ha quindi ricordato l’aumento degli occupati verificatosi negli ultimi anni « grazie agli interventi decisi dal Governo anche prima della legge Biagi » e ha respinto la tesi espressa poco prima da Andrea Brandolini ( Banca d’Italia) sul rischio di un’eccessiva precarizzazione del rapporto di lavoro. « Questo Governo, contrariamente ai precedenti — ha detto Maroni — ha avuto il coraggio di portare avanti una strategia di cui Marco Biagi è stato certamente l’ispiratore, nonostante per contrastarla ci siano stati ben sette scioperi generali ».

      Ma il ministro ha sferrato anche un nuovo attacco alla cosiddetta
      «burocrazia europea ». « Bruxelles chiede di sostenere l’occupazione e lo sviluppo eppure tutti gli strumenti utilizzati a questo fine — ha stigmatizzato — sono stati ostacolati dalla Commissione, a partire dai contratti di formazione lavoro » . Per questo occorre « rivedere le regole » , sostiene Maroni che comunque si dichiara disponibile a un « coordinamento aperto ».

      E sul confronto con la Ue ha insistito anche Giuliano Cazzola ( Social Protection Committee Ue), secondo cui è indispensabile dotare di forza gli obiettivi di Lisbona, « introducendo parametri vincolanti per gli Stati simili a quelli previsti dal Trattato di Maastricht per garantire la stabilità dei conti » . Il problema principale per l’Italia resta però la difficoltà di inserimento dei giovani nel mercato del lavoro.

        « Ma ai limiti delle Università — ha sottolineato Piero Tosi, presidente della Conferenza dei Rettori ( Crui) — si somma anche la particolare tendenza delle imprese italiane a realizzare al loro interno microinnovazioni piuttosto che a rivolgersi all’esterno e in particolare alle università ».