«Noi, la nuova generazione Cgil»

14/05/2007
    giovedì 10 maggio 2007

    Pagina 9 – CAPITALE & LAVORO

      «Noi, la nuova generazione Cgil»

        Al Brancaccio di Roma l’assemblea di quadri e delegati under 35. «Il sindacato deve stare nei posti di lavoro», dice Chiara. Per Roberto «dovevamo difendere di più Andrea Rivera». Ci sono anche gli studenti

          Antonio Sciotto

          Roma Nemmeno un anno fa, l’8 luglio, il Brancaccio di Roma era occupato da tantissimi giovani (e non solo), quelli che fondavano il movimento «Stop precarietà ora», una bella manifestazione poi in parte offuscata da liti sindacali. Ieri i «giovani» sono tornati nel noto teatro romano, chiamati però questa volta dalla Cgil: duemila delegati e quadri under 35, il futuro del sindacato. Cosa pensano? Cosa chiedono? Gli interventi dal palco non sono stati tutti all’altezza dei temi caldi di oggi – dalla precarietà alle pensioni – come se tanti di questi ragazzi avessero paura di crescere, o di essere bloccati nelle loro carriere di sindacalisti in erba. Così, invece di dibattere da pari a pari con gli «adulti» dell’organizzazione, molti si sono limitati a declinare genericamente la categoria di «giovane». Ma non sono mancate – è questo il bello della Cgil, la sua apertura – parole originali e anche d’impatto.

          Ha rotto certamente gli schemi Roberto D’Andrea, della segreteria nazionale Nidil (proprio la categoria dei precari), che ha esordito dicendo che «il sindacato avrebbe dovuto difendere di più il conduttore del Primo maggio»: con questo facendo notare che le battute di Andrea Rivera sul papa non erano certo «terrorismo» (un editoriale uscito sulla prima pagina di Rassegna sindacale, ieri, comunque difende sostanzialmente Rivera e accusa di esagerazione l’Osservatore romano). Tutta la platea lo ha applaudito, a lungo. D’andrea ha anche ricordato «la manifestazione del Brancaccio dell’8 luglio», notando che «la Cgil avrebbe pututo intercettare prima, con la sua forza, quegli stessi giovani». E infine, riferendosi alle stabilizzazioni nei call center, incentivate dal governo fino al 30 aprile, ha chiesto: «Noi ci fermiamo lì? Ai limiti posti dalla finanziaria?». Evidenziando un tema centrale: quello dell’autonomia del sindacato dalla politica, e in particolare dai governi di centro-sinistra.

          Interessante anche il contributo di Chiara Lucchetto, operaia Finmek e sindacalista Fiom: ha notato come spesso nelle fabbriche manchi «la consapevolezza culturale del lavoratore, il suo percepirsi come entità sociale»; da questo nasce la «rassegnazione e il fatalismo», perché «ormai si è quasi accettato che il lavoro debba essere precario e a basso salario, anche quando è a tempo indeterminato». Come reagisce il sindacato? «La Fiom sta facendo inchiesta nelle fabbriche, distribuisce un questionario che i lavoratori accolgono con entusiasmo: "finalmente ci chiedono come stiamo, quello che pensiamo"». La soluzione per non sparire dalle fabbriche è «stare sui posti di lavoro, difendere la contrattazione collettiva, far esprimere i lavoratori sugli accordi».

          Per gli universitari ha parlato Daniele Giordano, coordinatore nazionale dell’Udu: «Dentro le università – ha lamentato – oggi spesso manca la coscienza critica. Allora i nuovi luoghi di aggregazione possono essere le camere del lavoro, dove si possono incontrare lavoratori e studenti. Il sindacato – ha concluso Giordano – sta aprendo spazi studenti nelle camere del lavoro, mentre gli universitari hanno partecipato alle ultime grandi manifestazioni, non solo sindacali, come il Rita express in Sicilia».

            Chiara Canton, della Fisac di Padova, ha chiesto ai «grandi» di dismettere «la troppa burocrazia e le gerarchie»; come il «sindacalese», che i giovani avvicinati dal sindacato spesso non capiscono e possono esserne respinti.

            Fuori dal palco, abbiamo parlato con Giuseppe Ledda, della Slc di Bologna. Ci ha riassunto il senso delle ultime assemblee fatte con i lavoratori poligrafici: «Sono emerse tre priorità: 1) la Cgil deve avere una posizione non mediabile sui coefficienti, devono essere migliorati e non tagliati; 2) per gli operai non si deve andare oltre i 57 anni di età e 35 di contributi: a uno stampatore che fa 30 anni allo stampaggio, sempre di notte, come glielo dico che si deve fermare qualche anno in più? 3) Ci vogliono ammortizzatori per tutti, un’inversione su legge 30 e contratti a termine». Anche Gianni Monte è di Bologna, ma della Fillea, categoria edili: «L’eredità che abbiamo dalla Cgil sono le mobilitazioni contadine, le lotte partigiane e poi quelle operaie. Oggi abbiamo il grande tesoro dell’articolo 18, ma servono altri strumenti per avvicinare giovani e immigrati: io cablerei tutte le camere del lavoro e farei collegare gratis, mentre darei il permesso di soggiorno agli immigrati che denunciano il lavoro nero».