Noi dell’Atesia, co.co.co. senza diritti

03/02/2003


domenica e febbraio 2003

Articolo 18
Verso il referendum

Noi siamo il limbo: qui ci cacciano così, come gli pare Lavorare bene o male non conta, dipende dalla sorte
Oltre 5mila operatori a collaborazione coordinata e continuativa per tre mesi.
Niente ferie, né malattia

Noi dell’Atesia, co.co.co. senza diritti
Nel più grande call center d’Italia nessun problema di reintegro: non ci sono dipendenti

          Felicia Masocco
          ROMA «Per noi il problema non si pone», dice Dolores, 21 anni studentessa
          di Economia. Ma non è dall’università che Dolores sta uscendo: con Roberta,
          sua amica e vicina di postazione, si affretta a lasciare il palazzo dell’Atesia, il call center più grande d’Italia con roccaforte nei dieci piani che fronteggiano gli studios di Cinecittà, alla periferia Sud di Roma.
          Ma prima di allontanarsi verso le luci di un centro commerciale Dolores vuole
          aggiungere: «È chiaro che quando andremo a votare per il referendum penseremo agli altri, a chi il problema ce l’ha e magari deve mantenere una famiglia».
          Il «problema» del reintegro di chi viene ingiustamente licenziato all’Atesia
          non c’è e non ci sarà per un motivo molto semplice: non ci sono lavoratori dipendenti. Almeno non sulla carta. L’azienda (l’azionista è Telecom), leader in Italia nel suo settore e ben piazzata a livello internazionale, non ha mai avuto problemi di «nanismo», parlare qui della quota di quindici dipendenti è andare
          fuori tema. L’Atesia è nata gigante e tale è rimasta anche grazie a una politica
          del lavoro spregiudicata: neanche due anni fa affittava postazioni (telefono e videoterminale) a 1.500 lire l’ora più Iva, ora – ma ci sono volute proteste e scioperi (pardon, blocchi dell’attività) – tiene i suoi 5mila operatori a collaborazione coordinata e continuativa, co.co.co per tre mesi, è la durata standard.
          «Quando scade il contratto apriamo un programma e così sappiamo se
          siamo stati confermati oppure no», dice Marco, 25 anni, piumino nero,
          occhiali da sole, look grintosissimo.
          «Se ti confermano scrivono che puoi passare a ritirare il contratto. Se non
          ti confermano scrivono “grazie per la collaborazione”. Per capirci, qui i
          licenziamenti li fanno tranquillamente, i criteri della “selezione” sono
          un mistero, però la fanno».
          Non si perde in passaggi superflui l’organizzazione del lavoro all’Atesia,
          l’arrivederci e grazie arriva direttamente su file, una mansione in meno per chi si occupa di risorse umane. Marco, e Luciano che è con lui, lavorano (pardon, «collabora no») per Atesia da un anno e mezzo e non fanno nulla per nascondere che «il terno a lotto di fine contratto» non lo digeriscono. Fosse anche solo per questo che non hanno dubbi: «L’articolo 18 va esteso, sì va mantenuto assolutamente. È normale».
          È normale. Chi è avvezzo al sound romanesco sa che significa «è scontato»:
          è evidente che da queste parti arriva poco o niente del dibattito tra esperti sulle rigidità del sistema impresa, sui lacci e lacciuoli che lo costringerebbero
          al nanismo, di come la libertà di licenziare porti la libertà di assumere.
          Parlando con le giovani risorse umane (l’età media è di gran lunga
          sotto i trenta) si capisce che le informazioni in loro possesso sono frammentarie, a volte confuse. Di netto c’è però la percezione della condizione
          di lavoro: «Noi siamo “il limbo”, non abbiamo proprio voce in capitolo.
          Siamo assimilati ai lavoratori dipendenti solo per la tassazione, per il
          resto siamo co.co.co., niente ferie, niente maternità, niente malattia.
          Scaduti i tre mesi sono liberi di mandarti via e non sono tenuti a darti
          spiegazioni – denuncia Anna, 28 anni.
          L’unico vantaggio che abbiamo è quello che se vogliamo possiamo non venire al lavoro». È l’aspetto della «flessibilità» più gradito da chi (molti, ma non tutti) vivono il call center come terra di transumanza, si mantengono agli studi o integrano il reddito familiare e pensano che l’avvenire sia un altro e sia altrove. Chissà se conoscono la riforma del mercato del lavoro contenuta nella delega che verrà approvata dal Parlamento, se sanno delle tante tipologie di
          contratto che esporteranno il modello Atesia praticamente ovunque.
          La tentazione di aprire il discorso è forte, meglio restare all’articolo 18, la
          giornata è già grigia di suo. Anna dice che «in linea di diritto la sua estensione può essere giusta», ma si chiede che cosa succederebbe nelle aziende a conduzione familiare. «Forse diventerebbero più ingessate. E per quanto uno che è stato licenziato possa battagliare io non credo che lo riprenderebbero. Nelle grandi aziende può funzionare, ma vedrai che nelle piccole alla fine sarà il lavoratore a non chiedere di rientrare», è la sua conclusione.
          Ma questi sono «gli altri». Anna va via, escono Alessandra e Marina,
          entrambe 25enni, finalmente possono accendersi una sigaretta e torna il discorso di «noi dell’Atesia». «Qui se finisce un’outbound (una campagna
          di informazioni all’esterno) e ti buttano fuori, nessuno ti tutela; puoi essere richiamato dopo 10 giorni o 20 oppure puoi non essere richiamata.
          Domani mi potrebbero dire che devo stare a casa. Hanno diritto a farlo, per contratto», dice Alessandra, iscritta a Scienze Politiche. «Indipendentemente
          dal contratto una spiegazione, una giustificazione dovrebbero darla», incalza Marina. Lei non è una studente, e lo dice sottovoce. Per tutte due la stessa conclusione: «È naturale che se ci sono più tutele per i lavoratori fa piacere».
          Non è studente neanche Francesco, «faccio altre collaborazioni oltre a
          questa»: premesso di nuovo che l’articolo 18 «non riguarda l’Atesia», aggiunto che «loro possono recedere dal contratto senza dare giustificazioni»,
          Francesco dice di «non essere tanto d’accordo sull’estensione dell’articolo
          18. È esagerata». Perché? «Perché i lavoratori vanno tutelati, ma bisogna
          mettersi anche nei panni del datore di lavoro. Non riesco a capire se è giusto o no. Negli enti pubblici, per esempio, negli ospedali c’è gente che non fa nulla,
          un datore di lavoro dovrebbe avere la possibilità di licenziarli. Ma se lo
          fa e quelli dicono che sono stati licenziati per motivi politici? Come si fa a
          provare che sono degli scansafatiche»? Francesco ha molti dubbi e ce
          li ha pure Alessandro, 28 anni, laureando in Scienze Politiche indirizzo
          internazionale: «Da qui al voto dovremo prendere una decisione. Valuteremo
          anche sulla base delle informazioni che reperiremo».
          Sicuramente i banchetti per il sì o per il no davanti all’Atesia non mancheranno. Nè le assemblee sindacali, conquista recentissima. Ce n’è bisogno, i confusi aumentano: «Che cosa ne penso? Sinceramente non saprei,
          non ho ancora tutte le informazioni» afferma un giovanissimo con bizzarre
          scarpe rosse. «Ho le idee poco chiare, non so che cosa dirle, sono qui da poco», tira dritto una ragazza. Dopo di lei tira dritto un’altra: «Sono
          a favore dell’articolo 18. E basta». Entrano in tre, si fermano un attimo:
          «Sono d’accordo con l’estensione», «avere più tutele per tutti è giusto».
          «Qui ci cacciano così, lavorare bene o male non conta. Va a sorte la
          cosa».
          All’Atesia «va a sorte» anche la cifra che puoi guadagnare: il lavoro
          è organizzato per fasce orarie, dentro queste puoi entrare o uscire quando vuoi. Meno si resta, comunque, meno si guadagna: è quello che qualcuno ha chiamato «cottimo casuale» perché puoi avere tutta la buona volontà che vuoi e puoi stare tutto il tempo che vuoi, ma se non arrivano le chiamate non prendi un euro.
(2. continua)