No di Confindustria alla nuova intesa

15/10/2007
    sabato 13 ottobre 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    WELFARE
    PARTENZA BURRASCOSA

      No di Confindustria
      alla nuova intesa

        Stop anche dalla Cisl alla modifica del protocollo

          STEFANO LEPRI

          ROMA
          Passa al Consiglio dei ministri e si inceppa subito dopo il disegno di legge sul Welfare. Il protocollo del 23 luglio con le forze sociali è stato modificato in un punto, sui contratti a termine, protesta la Confindustria; e anche la Cisl chiede una riapertura del negoziato. Sul testo, nella riunione del governo si sono astenuti i due ministri di Prc e Pdci, mentre hanno votato a favore tutti gli altri compresi («con riserva») Sinistra democratica e Verdi.

          Il disegno di legge deve essere approvato dalle Camere entro l’anno per evitare che la legge Maroni stabilisca da gennaio un’età minima di pensione a 60 anni. Secondo l’accordo di luglio, l’età per andare a riposo con 35 anni di contributi salirà dagli attuali 57 anni a 58, poi da luglio 2009 a 59 anni, e dal gennaio 2011 a 60. Contiene anche le altre misure allora concordate, come l’aumento dell’indennità di disoccupazione al 60% del salario, una migliore tutela pensionistica per i precari, la detassazione delle ore straordinarie.

          Politicamente, i due ritocchi al lungo protocollo preparati dal ministro del Lavoro Cesare Damiano hanno funzionato: si è evitato il no dei due partiti comunisti i cui ministri Paolo Ferrero e Alessandro Bianchi si sono limitati ad astenersi; non si è realizzata l’unità dei quattro partiti della sinistra, ovvero la «cosa rossa». Scompare il tetto al numero di pensionamenti a 57 anni per chi fa lavori «usuranti»; è stata riscritta la formula per i contratti a termine, massimo di 36 mesi con una sola deroga e solo se il precario è assistito da un sindacato rappresentativo.

          Sostiene la Confindustria che sui contratti a termine non si tratta di un aggiustamento, ma di modifiche «non piccole», sulle quali occorre «riaprire la discussione». Queste modifiche, secondo gli imprenditori, «non intervengono soltanto sulla legge del 2001 (la cosiddetta legge Biagi, ndr) ma peggiorano anche le norme del 1962»; configurano «un meccanismo così rigido» da creare «situazioni di grande incertezza in settori come quello dell’industria alimentare e dell’industria del turismo, caratterizzati da un elevato numero di lavoratori stagionali».

          Ribatte subito il ministro Damiano che la Confindustria era stata informata di tutto: «Ci abbiamo parlato anche dopo il Consiglio dei ministri»; e «non c’è nessuna riscrittura». Ma anche la Cisl vuole rinegoziare: «Nessuna modifica deve essere inserita senza l’accordo esplicito delle parti – dichiara il segretario generale Raffaele Bonanni – e non vorrei che il testo sia stato scritto dal governo “a maglie larghe” per superare le questioni interne alla maggioranza».

          Bonanni invece non si preoccupa dell’altro punto ritoccato, i lavori usuranti: «Non cambia nulla che abbiano tolto il numero massimo perché le risorse restano quelle, e un cammello non può passare per la cruna di un ago». Sì, restano quelle, confermano al ministero dell’Economia, anche per ribattere ai timori espressi da alcuni parlamentari; dunque i pensionati a 57 anni non potranno essere molto più numerosi del massimo di 5.000 che è stato cancellato.

          La Cgil invece non fa obiezioni. Tutte insieme le tre confederazioni sindacali, i cui leader hanno festeggiato ieri a pranzo l’82% di sì al referendum, sono pronte a muoversi verso un altro obiettivo, meno tasse ai lavoratori dipendenti, con una grande manifestazione in novembre. La speranza è di convincere il Parlamento ad approvare l’aliquota unica sulle rendite finanziarie destinandone il gettito a sgravi Irpef. Ma Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa e Vincenzo Visco insistono che l’aliquota unica ora non si può fare; oltretutto, se fatta come preferisce il Parlamento, solo sui titoli di nuova emissione, di gettito ne darebbe pochissimo.