No della sinistra radicale: «Accordo da respingere»

23/07/2007
    sabato 21 luglio 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    No della sinistra radicale
    “Accordo da respingere”

      Rifondazione guida l’attacco: hanno semplicemente diluito la Maroni

        AMEDEO LA MATTINA

        ROMA
        Romano Prodi al Tg1 canta vittoria e assicura che a settembre la maggioranza reggerà in Parlamento. Il punto dolente sta proprio nelle forche caudine del Senato. Già i senatori «ribelli» Turigliatto, Giannini e Grassi hanno detto che questa «truffa ai danni dei lavoratori» non la voteranno nemmeno con la fiducia. Ma sul piede di guerra sono gli stessi partiti della sinistra comunista che aspettano il pronunciamento delle fabbriche a settembre per dare poi battaglia nelle aule parlamentari e sulla Finanziaria dentro la quale l’intesa sulle pensioni dovrebbe andare.

        Dovrebbe, appunto, perché già Palazzo Chigi fa capire che le due cose saranno tenute separate. Il sottosegretario Enrico Letta, che è stato uno dei protagonisti della trattativa insieme al ministro Damiano, ha spiegato che a settembre si vedrà quale sarà lo strumento legislativo da adottare: «Alcuni elementi dell’accordo saranno compresi nella Finanziaria e tra questi la detassazione dei premi di produttività previsti per i lavoratori e la detassazione degli straordinari». Che alla fine si arrivi a mettere la fiducia, come suggerisce il leader della Uil Angeletti, sembra quasi scontato. Il risultato non sarà scontato lo stesso, visto che al Senato la maggioranza si regge sul filo di un voto. Rifondazione e Pdci considerano ancora aperta la partita. Per Giordano il giudizio delle fabbriche sulla riforma previdenziale sarà determinante. «Quello che diranno i lavoratori – avverte Fausto Bertinotti – è la cosa più importante». Verranno poi tirate le somme sulla manovra economica. Un giudizio che verrà sottoposto ai militanti di Rifondazione in una sorta di referendum. «Il loro voto per noi sarà vincolante sulla nostra permanenza al governo», ha precisato Giordano che ieri ha riunito la segreteria del partito. Il Prc soffre per essere rimasta in un angolo, mollato dalla Cgil e dai compagni Mussi e Pecoraro Scanio i quali al Consiglio dei ministri hanno detto che l’accordo è «ottimo». Anche il ministro Ferrero non ha fatto fuoco e fiamme: ha espresso un giudizio negativo su scalini e quote, ma anche riconosciuto che ci sono «elementi positivi». Per il resto ha rimandato alla valutazione del partito. Ha meno problemi interni il Pdci, ma il giudizio di Diliberto è senza appello: «Grande delusione, viene alzata l’età pensionabile con qualche inganno». Ma da qui a far cadere il governo in autunno ce ne passa.

        Poi c’è il capitolo Radicali e Sdi. Boselli parla di «accordo mediocre», la Bonino di riforma «poco ambiziosa, volta a salvaguardare solo gli interessi dei soliti noti e non quelli delle generazioni future». Da qui la sua critica, ma non giudizio contrario tout cout, espressa in Cdm, riservandosi una valutazione definitiva al comitato nazionale dei Radicali del 27 luglio. Capezzone la pungola: «Si conferma che le interviste e le conferenze stampa sono una cosa, i comportamenti in Cdm un’altra». Ecco, al Consiglio dei ministri «c`è stata tensione», rivela Di Pietro nel suo blog, quando hanno preso la parola Bonino e Ferrero. Ma non c’è stato un voto e nessuno dei due ha messo a verbale la propria contrarietà. A margine della riunione alcuni ministri hanno valutato «molto soft» l’intervento di Ferrero. «La verità – è stato il ragionamento – è che a settembre il Prc sarà alle prese con la “Cosa rossa”, l’alleanza che sta a cuore a Bertinotti. Anche l’ala più dura del partito che c’è tra gli stessi uomini di Giordano non potrà rompere con il governo. Se lo facesse, manderebbero a gambe all’aria il progetto». Al Cdm infatti sono stati soprattutto Mussi e Pecoraro a fare l’elogio dell’accordo. Rutelli e D’Alema poi lo hanno esaltato come il giro di boa di questo governo. Il ministro degli Esteri ha perfino detto che questo è un vero punto di svolta: «Finalmente si può dire che stiamo governando».