No al «made in Israel» che viene dai coloni

25/05/2010

Coop e Conad tolgono dagli scaffali prodotti che non indicano la provenienza
Hanno deciso che non li venderanno più. «Ma non è un boicottaggio». E che non li venderanno perché vengono dai Territori occupati. «Ma la politica non c’entra». E che loro vogliono solo proteggere il consumatore. «Ha il diritto d’essere informato». E che comunque non è un atto contro l’economia israeliana.
«Perché tecnicamente, quelle, non sono nemmeno merci israeliane». Per la prima volta in Italia, due catene di supermercati avvertono che, sui loro banconi, non ci sarà più spazio per i prodotti made in Israel che non indichino la loro vera provenienza: ovvero gl’insediamenti della Cisgiordania. La Coop e la Conad, giganti delle cooperative, già in questi giorni respingono questo tipo d’importazioni: «Coop ha deciso di sospendere la vendita — spiega un comunicato— in quanto tale origine è dichiarata solo nelle documentazioni commerciali, ma non è presente sul prodotto. Questa tracciabilità non permette al consumatore d’esercitare un diritto d’acquisto (o non acquisto) consapevole, mancando una reale distinzione fra i prodotti made in Israele e quelli eventualmente provenienti dai Territori occupati».
Non sbucciate quel pompelmo. Non mangiate quei datteri. La Coop sei tu, e quella roba non la vedrai più. La sospensione in realtà riguarda quantità minime di merci e per di più in bassa stagione— agrumi Jaffa e frutta Jordain Plains, con qualche vino del Golan — e lascia uno spiraglio aperto all’Agrexco, la società d’export controllata dal governo israeliano: «Loro indicano sulla bolla quali sono i prodotti degli insediamenti— dicono alla Coop —, il problema è che non lo mettono sulle etichette. E questa non è la trasparenza che esigiamo per i nostri clienti». Lo stop è già stato sperimentato in Scandinavia, Francia e soprattutto Gran Bretagna, dove il governo ha imposto a tutti i supermarket del regno di ritirare i prodotti dei coloni.
« Sono le organizzazioni pro-palestinesi che bombardano di proteste le catene commerciali», ripete Dan Katrivas, responsabile israeliano del commercio estero. Anche Coop e Conad hanno raccolto l’appello lanciato da Fiom-Cgil, Forum Palestina, Un ponte per, Pax Christi… «Ogni giorno riceviamo inviti a non vendere Coca-Cola o Nestlé — dice Maurizio Zucchi, direttore di Coop —. Ma noi non c’immischiamo di politica. E continueremo a vendere gli altri prodotti israeliani. Facciamo solo notare che esiste un pronunciamento dell’Onu e a quello ci atteniamo: chi compra i prodotti di colonie illegali, deve saperlo».
Il sottile distinguo sul «boicottaggio che non è un boicottaggio» non convince tutti, però. Il tamtam web è cominciato. «Boicottiamo Conad e Coop», sono i nomi di due gruppi su Facebook. «Io non compro più Lamborghini», minaccia un anonimo. E poi: «Io non compro più Parmigiano» (Ben, da Raanana); «boicottiamo Barilla» (Rubig, da Rishon Le Zyon); «è come se l’America boicottasse i prodotti italiani perché non ama Berlusconi» (Stefano Casertano). Il governo israeliano tace, per ora. «Ma cominciò così anche con gli svedesi — scrive Jay63 —. E alla fine se ne sono accorti, all’Ikea».