No ai negozi aperti il -Primo maggio Cgil démodé?, I valori non si monetizzano

26/04/2011

Se avessimo avuto bisogno di una dimostrazione ulteriore della qualità del dibattito pubblico italiano, la «querelle» sull`apertura dei negozi il Primo maggio ne è prova scolastica. Ci permettiamo di suggerire a Di Vico che nell`articolo di domenica 24 aprile si è cimentato nell`opera, per lui abituale, di collocare la Cgil a capo della conservazione, che le ragioni di chi lavora ed i valori insiti in alcune date meriterebbero da parte di tutti di essere prese sul serio. La nostra non è disattenzione alla globalizzazione, è attenzione a non farsi travolgere dall`ideologia del mercato che, appunto, ci ha portato nella crisi. Dopo la crisi speriamo che nulla sarà più come prima. Sentiamo, però, forti venti di restaurazione. In Italia, comunque, le cose sono già cambiate. Basta riflettere sulla divisione, sulla paralisi, sulla non crescita. Eppure ogni giorno si attribuisce ai lavoratori il «dovere» della discontinuità. E la festa del lavoro (che pure si celebra nel mondo) diventa un simbolo, come già successo poco tempo fa con la festa dell`Unità d`Italia.
Ma davvero crediamo che le sorti dell`economia, del cambiamento, dipendano dall`apertura dei negozi il Primo maggio, mentre, per esempio, sul fisco si può rinviare da una campagna elettorale all`altra? Davvero è moderno negare la festa del lavoro, in altri casi il 25 aprile, come se fossero giorni qualunque? Dobbiamo immaginare che presto anche il Natale diverrà un attentato all`economia? O il trattamento è riservato solo alle feste laiche?
Non crediamo che ragionare di consumi sia riservato ai partiti, se non altro perché dal nostro osservatorio ne vediamo la diminuzione e abbiamo ragione di sospettare che non avvenga per la mancata apertura dei negozi. Per questo pensiamo sia sbagliato spostare la tassazione sull`Iva, che inoltre nega ragioni di giustizia fiscale di cui ci sarebbe gran bisogno. Possiamo ricordare che lo «shopping» non è un servizio di pubblica utilità, nemmeno, per quei turisti che, abituati a viaggiare, sanno bene che in ogni luogo del mondo ci sono orari e chiusure e non per questo rinunciano a visitare città d`arte o a frequentare celebrazioni. Potremmo citare molti accordi sull`utilizzo di
impianti ed investimenti, sono il fare quotidiano, sono accordi appunto, non ordinanze, con il rispetto delle condizioni dei lavoratori, con i riposi e le festività. È quanto abbiamo sempre proposto anche nel commercio, perché si eviterebbe l`effetto Cenerentola, rispettando e valorizzando il lavoro. In questo settore, fatto di nastri orari, part time non richiesto, frammentazione, che rende fragile il lavoro, tante, troppe commesse si definiscono invisibili. Non servirebbe, allora, un`attenzione di tutti, uno sforzo collettivo, per definire regole rispettose, più che crociate per cancellare la festa del lavoro? Infine, sappiamo che sarà ritenuto retrò, ma farsi sfiorare dal pensiero che non tutto è monetizzabile, che non tutto si può comprare, non sarebbe un bel segno per questo Paese? Consolidare dei valori, dei segni di identità del lavoro non farebbe bene a tutti?
Susanna Camusso Segretario generale Cgil


Guglielmo Epifani, per ammettere di aver sbagliato ai tempi del negoziato con Montezemolo sulla riforma contrattuale, ha impiegato sei anni (2004-2010). Sarei stato un folle a pretendere che nel caso di Susanna Camusso, e la stravagante campagna della Filcams sulla «festa non si vende», i tempi dell`autocritica si potessero accorciare. La Cgil, come tutte le grandi organizzazioni, ha il suo metabolismo e a un osservatore esterno non resta che aspettare. Intanto però posso rassicurare Camusso che nessuno vuole cancellare la Festa del lavoro, per l`indiscutibile valore simbolico e poi perché in Italia le festività è più facile aggiungerle che tagliarle. Esaurite le polemiche di giornata,
però sarebbe bene che partisse una riflessione strategica sulla grande distribuzione, sulla necessità che vada all`estero, che si raccordi più strettamente con le esigenze dell`industria italiana e che dia nuovi posti di lavoro. Questa è la discussione che ci piacerebbe ascoltare e se Camusso contribuisse – rinunciando a qualche luogo comune largamente presente nella sua lettera – saremmo i primi ad esserne felici. La Cgil, del resto, dovrebbe sapere che se gli scaffali restano pieni le fabbriche si svuotano.

Dario Di Vico