“Niente turni e orario spezzato la mia vita si consuma in vetrina”

16/11/2010

"Inizio la mattina, poi quelle due ore e mezzo di pausa per me inutili, e di nuovo fino a sera"
"Ho un giorno compensativo alla settimana ma i figli sono a scuola, non si pranza insieme"

«SE otto ore vi sembrano poche. Io sono giovane e per me questo ritornello non è così familiare. Ma ormai mi sta venendo in mente sempre più spesso. Per noi, altro che otto ore. E´ la vita che non c´è più, quella privata per lo meno, figli, marito, e per le colleghe più giovani, fidanzati, amici». Piera fa la commessa in un negozio di abbigliamento del centro, ha da poco superato i trenta, due figli piccoli. Ha paura a dire il nome per intero. Hanno paura tutte. Non è una fabbrica dove si è imparato il linguaggio sindacale da sempre. Il negozio è più difficile, sta iniziando. «Ancora peggio – spiega Piera – è nelle botteghe piccole dove i miei colleghi vivono spalla a spalla con i proprietari. Ma anche nei negozi più grandi è difficile denunciare qualcosa, poi veniamo prese di mira».
Bene ma di che vi lamentate? «Di una vita impossibile, credeteci. Ormai in centro si lavora tute le domeniche e le feste tranne quattro giorni l´anno, purché anche questi restino salvi, cosa che mi sembra ormai in dubbio. Guardi, le necessità del commercio le capiamo. Vorremmo fossero capite anche quelle della vita». Perché non è così? «Beh, la mia gliela racconto. Mi alzo la mattina presto, devo mettere in ordine la casa, portare i figli a scuola, andare al negozio. Lavoro il turno della mattina. Poi ho circa due ore e mezzo di intervallo, all´ora di pranzo in cui lavorano i part time. Non posso tornare a casa perché sto lontano, resto per strada o in negozio. Poi rientro al lavoro e faccio le 20, torno a casa che sono le nove e passa. Spesso mio marito ha già messo i figli a letto».
Stessa vita la domenica. «Da 12 anni lavoro tutte le domeniche, non ne ho saltata una. E´ vero che ho un giorno compensativo durante la settimana, ma non posso pranzare in famiglia mai: i figli durante la settimana sono a scuola, il marito è al lavoro. La domenica non è un giorno come gli altri. So che non potrei averle sempre libere, ma almeno qualcuna. Mi basterebbe fare a turno, ma l´azienda comanda sempre le stesse. La domenica le scuole sono chiuse. Se dovessi pagare una baby sitter per l´intera giornata festiva tanto varrebbe non lavorare. I nonni, certo ci sono i nonni. Non per tutte però. E sono anziani, hanno diritto a stare un po´ tranquilli. Mia madre, poi, ha da curare anche mia nonna. Mio marito spesso lavora anche lui la domenica. Soprattutto non ho fatto i figli per darli sempre agli altri, vorrei vederli anche io. E´ facile dire si lavora la domenica e si guadagna un giorno in più durante al settimana, ma gli altri sono a casa la domenica non durante la settimana. Mai un week end per portare i bambini, che so, a Gardaland, impossibile accompagnarli a calcio o assistere a una loro gara. Quando i bambini e i genitori della scuola si riuniscono la domenica, mio marito sembra un vedovo».
Eppure ci sono tanti nel mondo che lavorano la festa. «Già, e infatti è un sacrificio. Ma in genere succede a chi fa un servizio irrinunciabile. Noi no. Vorrei salvare almeno Santo Stefano, ma ormai qui in centro si dice che vogliano aprire anche quello. Dopo un intero anno di domeniche lavorate sto aspettando Natale e Santo Stefano come un sogno: finalmente vedrò i miei bambini. Se mi rubano Santo Stefano mi arrabbio davvero. A dicembre lavoriamo anche l´8, le domeniche sono più pesanti, più affollate. Arrivo a Natale stanca morta. Mi obiettate che in ospedale si lavora di domenica? Certo ma si ha a che vedere con la vita delle persone, non con i vestiti. E poi sa che fior di turni ci sono. Anche i medici hanno i turni. Io lavoro, per vendere vestiti, tutte le domeniche, in fondo dopo 12 anni voglio solo un cambio turno ogni tanto e Santo Stefano libero. Lo sa per cosa faccio tutto questo? Per 1.100 – 1.200 euro al mese. Dalla domenica lavorata mi vengono una quindicina di euro oltre la giornata normale, una sessantina in un mese. Ai miei figli gli dirò: non mi vedevate mai, ma vi ho portato a casa un patrimonio».