Net economy, una sfida per il sindacato

12/11/2001

La Stampa web








CULTURA
Sabato 10 Novembre 2001
NONOSTANTE LA CRISI, PUÒ DIVENTARE PER TUTTI UNA STRAORDINARIA OCCASIONE DI CRESCITA
Net economy, una sfida per il sindacato
Sergio Cofferati
E’ bastato un anno, un solo anno, per trasformare ciò che sembrava il nuovo Eldorado in una palude, in una terra nella quale avventurarsi è pericoloso e da cui molti stanno fuggendo. In soli dodici mesi il Nasdaq, l’indice americano di borsa che indica la salute dei titoli tecnologici, è crollato a un terzo del valore iniziale. In questo breve periodo il gioco finanziario ha bruciato sei milioni di miliardi di lire. Una cifra spaventosa, molto più alta del valore delle economie di Paesi industrializzati come Italia, Francia o Inghilterra. Centinaia di aziende hanno dovuto arrendersi e chiudere. Migliaia di posti di lavoro sono bruciati in un lampo. Negli Stati Uniti, al marzo scorso, erano oltre 65 mila i lavoratori della new economy che si erano improvvisamente trovati senza lavoro o che erano stati licenziati. Più di 500 le aziende della new economy fallite. Niente in confronto alle espulsioni di manodopera dalle vecchie imprese manifatturiere americane – i 26.000 licenziati dalla Chrysler in un colpo, i 10.000 esuberi annunciati da Ford e General Motors, o i 16.000 telefonici mandati a casa dalla Lucent -, ma che diventano un dato preoccupante se considerati insieme al crollo del valore finanziario dei titoli tecnologici legati alla rete. C’è già chi parla di rivincita della old economy, di ritorno all’antico, alle concrete e rassicuranti produzioni materiali e per nulla virtuali dei settori industriali, bollando tutto ciò che in questi anni è sorto nella nuova economia come fenomeno speculativo o più semplicisticamente di costume. Eppure, nonostante i crolli di borsa, le chiusure di aziende, i licenziamenti, la Net economy può diventare una straordinaria occasione di crescita economica e di benessere. Le tecnologie sviluppate in questi ultimi anni stanno mutando non solo il modo di realizzare prodotti, ma anche il sentire comune di milioni di persone. Lo sviluppo della rete, la maggiore facilità di scambio delle informazioni, la possibilità di mettere in contatto persone e luoghi distanti migliaia di chilometri in modo facile ed economico hanno iniziato a mutare anche il sentire comune delle persone, il loro rapporto con i fatti economici e con la produzione. L’Italia ha un ritardo di almeno tre anni rispetto agli Stati Uniti. Le aziende che operano nella Net economy sono in crescita, come lo è il mercato cresciuto nel 2000 di oltre il 12%. Le stime più prudenti indicano in 70.000 unità le possibilità di nuovo impiego nel settore. Una quantità superiore al totale dei licenziamenti delle aziende americane nell’ultimo anno. Io mi occupo di chi produce, delle persone che con il loro lavoro realizzano i manufatti e i servizi che usiamo quotidianamente. La Cgil rappresenta oltre cinque milioni e trecentomila iscritti, un italiano su dieci. Un’organizzazione che ha come missione la tutela di chi produce e un radicamento come il nostro nel Paese non può certo trascurare le nuove tecnologie e con loro le nuove modalità con cui le persone si accostano al lavoro. Ci sono due aspetti rilevanti nei cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo della produzione e che toccano direttamente l’attività del sindacato: i nuovi modelli organizzativi e produttivi delle aziende e i mutamenti delle funzioni di chi lavora e dei rapporti d’impiego. Negli ultimi dieci-quindici anni la tecnologia informatica è entrata prepotentemente nei cicli produttivi delle aziende italiane. Le grandi ristrutturazioni degli anni 80 si sono risolte, in gran parte, sostituendo manodopera con nuovi macchinari. Sono state per lo più innovazioni di processo che hanno consentito una riduzione considerevole dei costi e una maggiore precisione nella produzione. I prodotti, come pure i modelli organizzativi delle imprese, sono invece cambiati pochissimo e sono stati adattati alle nuove esigenze tecnologiche senza che ciò diventasse uno stimolo e un’occasione per rimodellare e innovare sia il come che il cosa produrre. Una volta esaurito il vantaggio competitivo dovuto all’introduzione delle tecnologie, le imprese hanno cercato di trovare ulteriori margini di profitto agendo sulla rendita e sulla compressione del costo del lavoro. Questa incapacità di interpretare le nuove tecnologie, usandole esclusivamente come fattore di riduzione dei costi, la scarsa propensione all’innovazione di prodotto, l’idiosincrasia nei confronti di corrette relazioni sindacali sono oggi uno dei principali fattori di svantaggio dell’Italia nei confronti dei competitori internazionali. Le tecnologie di rete offrono oggi una nuova occasione per recuperare il gap competitivo. Contrariamente al passato la loro introduzione nel ciclo produttivo non è indifferente al modo in cui si organizza l’impresa. C’è però un presupposto che va rispettato: quello di puntare a una competizione alta, basata sulla qualità del prodotto, della produzione, della gestione dei modelli con i quali si produce e si vende, aspetto quest’ultimo per nulla marginale. Questo significa investire più di quanto oggi non si fa nella ricerca, nello sviluppo di nuovi prodotti, intrattenere rapporti paritari e di scambio continuo con la rete di vendita. Ma soprattutto significa basare i propri modelli organizzativi sulla risorsa principale che possiede un’azienda: i propri lavoratori. Averli considerati un fattore di costo e non un investimento da far crescere e tutelare è uno dei motivi di depauperamento delle aziende italiane. Incidere profondamente su come si produce, sulle qualifiche, sulle carriere e sui rapporti di lavoro è necessario per sfruttare in tutte le sue potenzialità la tecnologia di rete. Il sindacato è disponibile e pronto ad affrontare questa sfida. Ridisegnare i profili professionali, configurare percorsi di carriera basati sulla formazione, intervenire sui costi cambiando l’organizzazione del lavoro è il compito che ci attende nel prossimo futuro. Nella Net economy si svolgono professionalità, funzioni e compiti difficilmente riconducibili alle figure contrattuali tradizionali. Stanno nascendo profili inediti, si diffonde il telelavoro, si modificano i rapporti di impiego. Anche in questo caso il sindacato è chiamato ad affrontare sfide nuove. La prima riguarda il riconoscimento legislativo di quelle attività non riconducibili negli schemi e nelle convenzioni tradizionali. Chi oggi lavora con un contratto di collaborazione è oggettivamente debole. Il sindacato, in prospettiva, ha uno spazio rilevante nell’offrire protezioni e diritti a queste persone e ai loro bisogni di formazione, informazione e tutela. Ma senza una legge che riconosca quello che è oggi chiamato lavoro atipico, cioè chi sono e qual è il confine di un rapporto di lavoro non tradizionale, senza il riconoscimento legislativo di diritti per questi lavoratori, sarà difficile immaginare relazioni e dialettiche corrette tra lavoratori e impresa e tra le stesse imprese. La seconda, ma non per questo meno importante, è la scarsità in Italia di persone formate per la Net economy. È un tema che andrà affrontato al più presto e che necessita di un impegno straordinario nella formazione e nell’alfabetizzazione ai nuovi linguaggi. Il nostro mezzogiorno, ad esempio, è una miniera di laureati. Peccato che la maggior parte di loro siano diplomati in materie poco appetite dal mercato e spesso digiune nelle tecnologie informatiche. Partire da loro potrebbe diventare una straordinaria occasione di investimento per il futuro sviluppo del meridione. Anche il sindacato deve cambiare. Il vecchio modello rispondeva a una struttura del lavoro più semplice. Oggi siamo in una fase di passaggio che porta progressivamente al superamento del modello fordista con tutte le contraddizioni che questo comporta. Un problema che stiamo affrontando, ad esempio, è quello di rivedere i profili di categorie, come i telefonici, che hanno cambiato le proprie caratteristiche in virtù delle nuove tecnologie o del superamento dei monopoli. Così come stiamo dando maggiore rilevanza alle strutture territoriali, più capaci di incettare il nuovo lavoro che non ha le dimensioni tipiche di quello produttivo, che è difficile da ricondurre a una dimensione categoriale ed è diffuso nel territorio. Bisognerà cambiare molto per far tornare fertile la palude della new economy e non vi sono ricette scontate da seguire. Ciò di cui sono però certo è che andrà fatto considerando la qualità come centro della sfida per la competizione e il rispetto dei diritti delle persone e dei lavoratori come guida imprescindibile dello sviluppo.
 

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