Net economy: Dopo la sbornia il mercato fa la selezione

24/01/2002





        Sono trascorsi solo due anni dalla fase di euforia del Web con annunci a raffica di nuove iniziative
        Dopo la sbornia il mercato fa la selezione

        Nel 2001 chiusi negli Usa oltre 500 siti e anche in Italia è cominciata la discesa dei server Internet
        Franco Vergnano

        MILANO – Ormai è un bollettino di guerra. Sembra quello firmato da Diaz sulla débacle delle truppe austriache che risalivano in disordine le valli percorse con «orgogliosa sicurezza». Siamo passati dalle aspettative irrealistiche alla recessione conclamata. Eppure sembra appena ieri, quando la "febbre del Web" era al massimo. E non si riusciva a stare dietro alla raffica di annunci delle nuove iniziative targate "dot.com" oppure "New economy" con cui si tentava di spacciare di tutto, dal "vecchio" tessile alle macchine utensili pagate con la carta di credito. Non sono passati nemmeno due anni da quando la popolarità del Web era elevatissima e le poche voci che invitavano alla prudenza venivano zittite. I nomi più famosi, e orecchiabili, li ricordiamo tutti. Da Zivago, la società liquidata meno di un anno fa dopo essere stata costituita nel marzo ’99 da Kataweb (gruppo Espresso) e Feltrinelli per la vendita online di libri e dischi a Ciaoweb. Quest’ultimo portale è stato acquistato lo scorso 19 novembre da Hachette Rusconi Interactif (Hri), società che cura le attività Internet e multimedia del gruppo editoriale d’Oltralpe. Il venditore? Ciaoholding (Fiat-Ifil), la Internet company che produceva appunto il sito www.ciaoweb.it, lanciato a suo tempo con forti investimenti e grandi aspettative. Nel maggio del 2000 gettò la spugna Boo.com, l’esclusiva boutique virtuale dell’ex modella olandese Kajsa Leander e del critico letterario Ernst Malmsten (finanziati da capitali provenienti dalla famiglia Benetton, dalla Jp Morgan e dall’imprenditore francese Bernard Arnault). E gli esempi potrebbero continuare. Anche se i ridimensionamenti corrono spesso sottotraccia, qualche volta con involontaria ironia: negli Usa è fallita la società che aveva cominciato a censire i primi flop di Internet. Prontamente sostituita da un altro indirizzo Web che, proprio qualche giorno fa, ha segnalato l’impennata nelle chiusure dei siti americani: dai 225 del 2000 ai 537 dello scorso anno (si veda «Il Sole-24 Ore» del 3 gennaio). Ma pure in Italia la parabola del Web ha seguito in maniera abbastanza ortodossa i trend mondiali, come dimostra anche l’intera vicenda legata alla manifestazione odierna di Virgilio, il portale controllato da Matrix del gruppo Seat Pg. Da un osservatorio privilegiato come quello della Federcomin, spiegano che anche il numero degli "host", cioè i computer connessi alla rete e in grado di "ospitare" utenti e offrire informazioni ai "surfer", ha avuto un andamento a parabola. Si tratta di un dato importante perché, in mancanza di statistiche più precise, questo indicatore serve a misurare indirettamente il numero dei siti. Dopo il raddoppio (da 0,50 a 1,02 milioni di computer nel 2000 rispetto all’anno precedente) è cominciata la discesa. E così nel terzo trimestre 2001 gli host erano scesi a 0,89 milioni. Una parabola analoga a quella dei nostri cugini francesi. «Da qualunque parte si guardino le cifre – sintetizza Maurizio Decina, docente del Politecnico di Milano e del Cefriel che tiene sistematicamente sotto controllo il fenomeno con il monitoraggio di numerosi siti internazionali specializzati – è indubbio che siamo in presenza di un rallentamento della crescita degli host in tutto il mondo. Non per niente gli operatori italiani del settore, a livello hardware e software, sono molto preoccupati». Dalla Kpmg consulting non hanno difficoltà ad ammettere il ridimensionamento delle aspettative, anche se «la crisi delle dot.com – sottolinea Enrico Grazzini – non vuol significare il fallimento della "digital economy". Anzi, mai come oggi Internet rimane uno strumento di produttività per le aziende». Anche Daniela Rao, senior consulting di Databank, mette l’accento sul rallentamento del Web più che sulla crisi del settore. Insomma, se è vero che va male la new economy, rimane molto lavoro da fare nella "old" dove l’hi-tech può giocare un ruolo chiave. «La prima manifestazione contro la mobilità nella net economy?», si interroga Franco Morganti, un esperto del settore che a suo tempo aveva previsto la bolla speculativa. «Mi sembra come se a suo tempo gli yuppies si fossero messi a manifestare contro il crollo di Borsa, che ha tagliato molte delle loro teste. Purtroppo la net economy – conclude Morganti – era ed è il luogo della mobilità e della flessibilità, come la Borsa è (anche) il luogo della speculazione. Fino a due anni fa si valutavano queste imprese e il loro futuro (anche i sindacalisti lo sanno) facendo acrobazie matematiche di scarso fondamento economico. Diverso è invece esser messi in mobilità da grandi imprese che hanno sbagliato strategie: qui mi pare che manifestare sia del tutto giustificato. E lo vedremo nei prossimi giorni».

        Giovedí 24 Gennaio 2002

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