Nessuno si accorge dell’inflazione che cala

02/11/2004

              domenica 31 ottobre 2004

              Nessuno si accorge dell’inflazione che cala

              Carovita al 2%, ma in dieci anni i salari hanno perso quasi il 6% del potere d’acquisto

              Laura Matteucci

              MILANO Le acrobazie dell’Istat, se anche convincono, non riescono a rallegrare nessuno. A parte il governo, certo, che cerca di trasformare quel dato sull’inflazione calante, bloccata in ottobre al 2%, in un indicatore di imminente e sicura ripresa economica.

              Governo a parte, l’inflazione che si raffredda è già stata addebitata al crollo dei consumi da parte di esperti, economisti, sindacati. Il che è un indicatore esattamente contrario, di stagnazione e crisi economica. La stagnazione della domanda è in effetti, di per sè, un fattore depressivo.

              E di sicuro non basta a fronteggiare l’impoverimento della popolazione: le retribuzioni continuano ad arrancare e, come risulta anche da un recente studio dell’Ufficio economico Fiom-Cgil, restano sempre al di sotto della crescita dell’inflazione. Qualche dato: in dieci anni, il potere d’acquisto di operai e impiegati (una tantum escluse) è diminuito del 5,8%, come risulta dal rapporto tra gli aumenti dell’inflazione e quelli contrattuali. E si tratta di categorie che, tutto sommato, sono riuscite a difendersi. Per l’intera collettività, infatti, va anche peggio: negli stessi anni, il potere d’acquisto degli italiani nel complesso è diminuito addirittura del 6,5%.

              Ma in realtà c’è chi avanza molti dubbi anche sulla credibilità stessa della rilevazione dell’Istituto nazionale di statistica. «Noi pensiamo sia ampiamente sottostimata, lo diciamo da sempre», sostiene Rosario Trefiletti a nome dell’Intesa dei consumatori, secondo cui l’inflazione viaggia a tassi almeno doppi rispetto a quelli registrati dall’Istat.

              Inflazione oltre il 4%, insomma, e per anziani, pensionati e in genere redditi medio-bassi anche di più. Intorno al 7,5%, dice l’Intesa. Motivo: il semplice fatto che i loro consumi sono spostati proprio verso quei beni che negli ultimi mesi hanno subìto i rincari più forti, come l’alimentazione (che solo tra settembre e ottobre ha iniziato a raffreddarsi) e le spese per la casa, mentre fanno un uso molto relativo ad esempio delle telecomunicazioni, i cui prezzi sono invece generalmente crollati. «E infatti – riprende Trefiletti – noi abbiamo sempre chiesto all’Istat l’introduzione di panieri differenziati per reddito, che permetterebbero rilevazioni più precise e più utili per tutti». Richiesta, al momento, inascoltata.

              «Qui c’è un problema che nessuno ha mai risolto – dice Trefiletti – Siamo anche d’accordo sul fatto che c’è un generale assestamento dei prezzi, ma ci chiediamo come mai non sono stati registrati gli aumenti spropositati avvenuti tra il 2002 e il 2003, in pieno change-over». Tra i punti critici delle rilevazioni dell’Istat, ci sono innanzitutto le voci del paniere: «Hanno introdotto il dvd, i cui prezzi sono in continua discesa, e tolto l’alcool». Poi i pesi delle stesse voci: «Prendiamo l’assicurazione dell’auto: in realtà pesa per circa il 5% sul budget familiare, mentre per l’Istat pesa solo l’1%, e prima era addirittura allo 0,4%». Oppure la voce casa – bollette, affitto medio, spese varie: «In realtà pesa per il 22,23%, per l’Istat invece nemmeno il 10%». Terzo punto che meriterebbe maggiore attenzione, l’accuratezza delle rilevazioni territoriali.

              Tutte considerazioni che fanno pensare che la corsa dei prezzi sia in effetti molto più consistente di quanto rilevato ufficialmente. E di sicuro più incisiva rispetto al tasso d’inflazione programmata dal governo, che si è sempre rilevata inattendibile e che però è riuscita a danneggiare il potere d’acquisto di milioni di lavoratori.

              È l’inflazione programmata, infatti, a venire presa come punto di riferimento per i rinnovi contrattuali, ma il divario con l’inflazione reale si è fatto ormai incolmabile.