«Nessuno scambio sulle pensioni»

22/09/2003



  Economia




domenica 21 settembre 2003

In vista dell’incontro di martedì il sindacato avverte Maroni
«Nessuno scambio
sulle pensioni»
di
Felicia Masocco

ROMA La disponibilità del ministro Roberto Maroni a modificare la delega previdenziale rinunciando alla decontribuzione e alla obbligatorietà del passaggio del Tfr ai fondi pensione è tutta da verificare. Ma se le modifiche passassero ai sindacati non potrebbe che fare piacere, visto che le due misure sono fortemente osteggiate. Ma in cambio Cgil, Cisl e Uil non sono disposte a concedere più di
quanto hanno scritto nel loro documento unitario: ovvero la fiscalizzazione degli oneri impropri (quelli sugli assegni familiari, sulla maternità) e non certo le modifiche strutturali alla riforma Dini che il governo si prepara a definire in un maxi-emendamento alla delega previdenziale.
«È uno scambio inaccettabile», afferma Morena Piccini della Cgil, «Non si scambiano mele con pere», semplifica Pierpaolo Baretta della Cisl.
L’«apertura» di Maroni dunque non basta ai sindacati che non «smussano» gli spigoli e ribadiscono la loro contrarietà ad ogni intervento strutturale. È quanto diranno martedì pomeriggio al tavolo con il governo e le altre parti sociali ed è quanto i vertici delle due confederazioni ripeteranno alle loro strutture: la Cgil ha convocato i segretari regionali e quelli generali di categoria in concomitanza
con l’incontro a palazzo Chigi; la Cisl farà il punto nell’esecutivo che si riunisce domani. Poi i leader di Cgil, Cisl e Uil si incontreranno per valutare una mobilitazione sempre più certa visto che anche ieri Tremonti ha ribadito al G7 che la riforma delle pensioni si farà.
L’impianto è quello noto anche se ogni giorno subisce «aggiustamenti». Si prevedono incentivi per chi decide di restare al lavoro anche se ha raggiunto i requisiti per il trattamento di anzianità: il bonus che andrà in busta paga è pari al 37,2% dei contributi destinati all’Inps, decorrerà già dal prossimo anno e sarà detassato. Un elemento quest’ulti mo che risponde all’obiezione dei sindacati
secondo cui più della metà del superbonus sarebbe stata vanificata dalla tasse.
Dal 2008 poi – e questo è il nodo più stretto – inizierà un giro di vite sulle pensioni di anzianità, una stretta che sarà «graduale» e diversificata a seconda che si tratti lavoratori a regime retributivo, contributivo o misto. I primi (i più anziani) dovranno aver versato 40 anni di contributi per poter uscire o raggiunto i 65 anni di età; le altre due fasce, (assunti dopo il ‘96 o tra il ‘79 e il ‘95) se vorranno lasciare il lavoro prima della «vecchiaia» saranno fortemente penalizzati.
«Da quel che leggiamo sui giornali le cose peggiorano di giorno in giorno – afferma
Morena Piccinini -. Non solo viene ipotizzato che a regime le ipotesi di uscita dal lavoro saranno possibili solo con il versamento di 40 anni di contributi o con 65 anni di età che rappresenta una batosta per chi la carriere di lavoro deboli o discontinue, ma si prefigurano ulteriori cambiamenti della Dini. Di una “stretta” sui lavoratori a regime contributivo non si era mai parlato, ora lo si fa prevedendo una forte penalizzazione rispetto alla normativa attuale. Mi sembra uno stravolgimento dell’equilibrio raggiunto con la riforma del ‘95. Aspettiamo una parola chiara». Duro anche Pierpaolo Baretta della segreteria Cisl: «La decontribuzione si scambia solo con la fiscalizzazione degli oneri sociali impropri», quanto all’innalzamento dell’età di pensione, «siamo favorevoli a patto che sia volontario, non obbligatorio».
La Dini, per la Cisl non deve essere modificata. «Se questo è il quadro che si delinea la nostra contrarietà rimane», afferma Baretta. Il quale tuttavia non nasconde che esistono «incognite». «Prima si parlava dell’abolizione dei trattamenti di anzianità, oggi si legge di interventi più soft con misure che se confermate potrebbero addirittura esaurirsi intorno al 2013, 2014. Insomma c’è troppa
confusione. Ma se la riforma sarà strutturale la Cisl non si starà».