Nessun sigillo, era possibile entrare nei computer

01/07/2002

30 giugno 2002


Nessun sigillo, era possibile entrare nei computer


I pc di Biagi non furono sequestrati, spuntano tre nuove lettere. I magistrati interrogheranno anche Casini

      DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
      BOLOGNA – Non era necessario essere degli ipertecnologici
      hacker per intrufolarsi nella corrispondenza privata contenuta nei personal computer di Marco Biagi. Bastava essere in possesso della password . I tre pc, di cui faceva largo uso il giuslavorista ucciso il 19 marzo scorso a Bologna dai terroristi, non sono infatti mai stati sequestrati né «sigillati» dagli inquirenti. In questi tre mesi sono rimasti dove sono sempre stati: un computer fisso nello studio di Biagi all’università di Modena e altri due (uno fisso e uno portatile) nell’abitazione bolognese dove tuttora vivono la vedova Marina e i due figli.
      È da uno di questi tre pc che una mano sconosciuta ha copiato le cinque
      email , poi consegnate al direttore della rivista bolognese Zero in condotta e rese pubbliche due giorni fa, nelle quali il docente assassinato chiedeva al presidente della Camera Casini, al ministro Maroni, al sottosegretario Sacconi, al direttore di Confindustria Parisi e al prefetto di Bologna Iovino di intervenire perché non gli venisse tolta la tutela, cosa invece avvenuta tra il giugno e l’ottobre del 2001. Saranno in tanti, e tra questi il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, il capo della polizia Gianni De Gennaro e lo stesso direttore di Zero in condotta , Valerio Monteventi, a sfilare nelle prossime settimane davanti ai magistrati bolognesi.
      In mano ai quali vi sono anche altre lettere di Biagi (stavolta su carta), tre delle quali inviate ai prefetti di Milano, Roma e Modena, dove il docente per oltre un anno ebbe la scorta. Il Consiglio Superiore della Magistratura sta inoltre valutando l’ipotesi di aprire un fascicolo sulla Procura di Bologna per accertare i motivi di eventuali ritardi nell’analisi della corrispondenza informatica del docente.

      I TRE COMPUTER – «Un riguardo morale». Così il procuratore aggiunto Luigi Persico ha motivato la decisione degli inquirenti di lasciare al loro posto i tre pc. «Abbiamo copiato tutto il materiale trovato negli hard disk , ma abbiamo ritenuto giusto lasciare alla famiglia i due pc. Stessa cosa a Modena». Biagi era uno stakanovista del computer. Lì riversava studi, saggi, lettere di lavoro e corrispondenza personale. Inevitabile, ora, che siano gli stessi inquirenti ad ammettere che «molte potrebbero essere le persone che hanno avuto accesso al pc di Modena».

      NUOVE LETTERE – Non è ancora chiaro di quali e quante lettere di Biagi sono in possesso gli inquirenti. Quando vennero divulgate le cinque email (la sesta era diretta a una collega di Biagi e non è stata pubblicata), il procuratore capo Enrico Di Nicola disse: «Parte di questo materiale è una novità». Aggiungendo che la procura era a conoscenza delle email a Maroni e al prefetto di Bologna, ma non di quelle a Sacconi e a Parisi. Mentre quella a Casini era diversa dalla missiva già in possesso degli inquirenti, dove non si faceva riferimento a Cofferati. Si è però poi appreso che in realtà, data «l’enormità del materiale», i magistrati non hanno ancora concluso l’esame dell’ hard disk . E così si è scoperto che la lettera di Casini dove si parla di Cofferati era in una copia del disco in Procura; che ci sono altre tre lettere scritte ai prefetti di Roma, Milano e Modena e che, ma è da verificare, le email a Sacconi e a Parisi sono probabilmente nei dischi non ancora analizzati. Da verificare l’esistenza di un’altra lettera.

      INTERROGATORI – Il primo a essere sentito dai pm Spinosa e Gustapane sarà Valerio Monteventi, che ha già fatto sapere: «Non rivelerò mai la fonte». Un consulente specializzato dei carabinieri sta analizzando il dischetto contenente le email nella speranza di risalire alla fonte. Come persone informate dei fatti, saranno anche sentiti il presidente Casini, il capo della polizia De Gennaro, il segretario generale del Cesis Fernando Masone e il direttore centrale della polizia di prevenzione Carlo De Stefano. Il Csm sta valutando se aprire un fascicolo per verificare «come mai, a tre mesi dall’omicidio, la Procura di Bologna non ha ancora completato l’esame dell’ hard disk dei pc di Biagi».

Francesco Alberti