Nell’incertezza il sommerso prospera ancora

01/02/2001

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Giovedì 1 Febbraio 2001
commenti e inchieste
—pag—6

E nell’incertezza il sommerso prospera ancora

di Tito Boeri

Grazie alla masterizzazione digitale delle migliori canzoni dei Beatles, il mitico sottomarino giallo è riemerso in molte case questo inverno. Grazie al sovrapporsi di normative fra di loro incongruenti, molto lavoro, soprattutto al Sud, continuerà invece a rimanere sommerso. Troppe e troppo parziali le misure adottate in questi anni per incentivarne l’emersione. Il continuo mutare del quadro legislativo ha incentivi perversi su chi rimane sott’acqua perché tende a premiare chi si mette in una posizione d’attesa. Un esempio? E’ proprio di questi giorni il nodo, meglio il paradosso, dei contratti di riallineamento: le imprese che hanno accettato da qualche anno di mettersi in regola, allineando progressivamente le loro retribuzioni a quelle contrattuali, si trovano oggi obiettivamente svantaggiate nei confronti di chi ha mantenuto in questo periodo le proprie maestranze nel nero. Chi è in via di riallineamento non potrà infatti fruire né del credito d’imposta per i nuovi assunti — circoscritto alle imprese che applicano già i contratti nazionali — né degli sgravi per i lavoratori in nero, accessibili solo da parte di chi solo ora comincia a mettersi in regola.

Dall’anno prossimo non sarà più possibile avviare contratti di riallineamento perché la Commissione Europea non tollererà più misure che beneficiano il solo Mezzogiorno. E sono già in molti ad interrogarsi su quali altri tipi di facilitazioni verranno introdotte, quali nuove asimmetrie fra imprese verranno istituite, probabilmente ancora una volta a vantaggio di chi si farà avanti solo a quel punto. Meglio allora starsene tranquillamente in attesa, scrutando col periscopio cosa succede in superficie.

Ogni intervento che voglia stimolare l’emersione deve essere vissuto come qualcosa di duraturo dalle imprese che operano nell’ombra. Ma come è possibile essere credibili fra veti comunitari, contrasti all’interno del sindacato, evoluzioni delle posizioni delle organizzazioni datoriali e cambiamenti di governo?

Vi è forse una strada percorribile perché rispettosa delle condizioni imposte da Bruxelles e coerente con importanti aperture nell’ambito dell’intero fronte sindacale. Questa consiste nell’introdurre consistenti sgravi contributivi, generalizzati a tutto il territorio nazionale, ma limitati ai salari più bassi. Il sommerso oggi è, in larga misura, lavoro a bassa produttività nei servizi: per questo può essere indotto ad emergere da significative riduzioni del cuneo fiscale per i salari più bassi.

Questa misura beneficerebbe soprattutto il Sud perché è proprio qui che le retribuzioni più basse sono concentrate. Pochi e parziali i dati disponibili sulle retribuzioni di fatto. Gli studi della Banca d’Italia mettono in luce una crescente concentrazione al Sud della coda più bassa del ventaglio retributivo: se nel 1989 la percentuale di percettori di salari inferiori a 2/3 del salario mediano era pressochè la stessa al Centro-Nord e al Sud, oggi l’incidenza dei bassi salari è quasi doppia nel Mezzogiorno rispetto al resto del paese. I dati utilizzati in questi studi riguardano, tuttavia, i salari netti, mentre per giudicare gli effetti di misure di de-contribuzione è opportuno avere informazioni sulla distribuzione dei salari lordi. Servono, in questo, i dati raccolti da www.quantomipagano.it (un sito che offre un servizio on-line a coloro che vogliano confrontare la propria retribuzione con quella di individui che svolgono la stessa professione in altre imprese e parti del paese). Questi dati ci che dicono al Sud la percentuale di percettori di una retribuzione lorda annua compresa tra i 15 e i 25 milioni è quattro volte più alta che al Nord.

Lo sgravio contributivo dei salari più bassi favorirebbe soprattutto l’occupazione dei più giovani, che al Sud gonfiano le fila dei disoccupati, perché più elastica è la loro offerta di lavoro e più vicini ai minimi sono i salari di ingresso loro offerti dalle imprese. In Francia le forti riduzioni degli oneri contributivi per i lavoratori con salari vicini al minimo (una gamma che va dal salario minimo a retribuzioni dal 10 al 20 per cento più alte) attuate negli ultimi anni hanno avuto effetti significativi sull’occupazione dei più giovani — si parla del 3% in meno di probabilità di essere senza lavoro per ogni punto percentuale in meno di oneri contributivi — come si evince da approfonditi studi microeconometrici.

Questa misura avrebbe inoltre il vantaggio di accompagnare un disegno di progressiva riduzione della tassazione sul lavoro con interventi di forte contenuto redistributivo, perché a favore dei salari più bassi. Contrariamente a quanto spesso sostenuto (lo ha fatto Sergio Cofferati sul Corriere della Sera di lunedì), riduzioni della pressione fiscale, quando selettive, sono non solo coerenti con finalità redistributive, ma possono addirittura migliorare l’efficacia delle politiche sociali nel ridurre le disuguaglianze ex-post.

Infine, la parziale de-contribuzione dei salari più bassi costerebbe poco perché potrebbe essere attuata assorbendo molti degli schemi attualmente presenti (crediti d’imposta, incentivi all’apprendistato e al part-time eccetera). Non vi sarebbe dunque bisogno di controbilanciare interventi di alleggerimento del carico fiscale sul lavoro, con inasprimenti della tassazione sul capitale, come proposto in questi giorni da Alleanza Nazionale, dimentica del fatto che siamo in un’unione monetaria, con un capitale libero di spostarsi senza rischi di cambio, fra paesi che stanno competendo nel ridurre la tassazione dei redditi da capitale.

Il vero problema è stabilire la gamma retributiva cui applicare gli sgravi contributivi e, soprattutto, fissare un plafond retributivo per impedire che le agevolazioni si traducano unicamente in riduzioni dei costi per il datore di lavoro e non già anche in aumenti dei salari netti per i dipendenti, cosa peraltro indispensabile per incoraggiare i lavoratori ad uscire dal nero. Per far questo occorre introdurre uno strumento sin qui assente nel panorama istituzionale del nostro paese: un salario minimo, fissato a livelli sostenibili per il Mezzogiorno. Il salario minimo, proprio perché esente da molti degli oneri fiscali che oggi gravano sul lavoro, sarebbe una soglia credibile e un traguardo raggiungibile per molti di quelli che oggi ci guardano col periscopio. Il salario minimo dovrebbe essere fissato dal governo e non nell’ambito della contrattazione collettiva, perchè in questa non vengono rappresentati i disoccupati e i lavoratori in nero.

Il salario minimo rafforzerebbe il processo di decentramento della contrattazione offrendo ad essa un limite inferiore. Sarebbe, inoltre il primo passo in direzione di interventi redistributivi più ambiziosi, che subordino la concessione di trasferimenti al fatto di avere un lavoro. Per intervenire con misure tipo crediti di imposta per i lavoratori a basso reddito occorre comunque stabilire una soglia ed avere, al di sopra di questa soglia, un ventaglio retributivo sufficientemente ampio. Altrimenti il trasferimento lo diamo a tutti, il che non è certo efficiente.