Nell’ex ricco nord est altri due suicidi. La crisi e i nuovi disagi

03/03/2010

Altre due vittime si aggiungono alla catena del lutto riconducibile alla crisi economica. E, ancora una volta, teatro della tragedia è l’ormai ex ricco nord-est. Un piccolo imprenditore edile, Oriano Vidos di 50 anni, si è ucciso l’altra notte impiccandosi a una trave di una baracca, nel cortile della sua abitazione a Camposampiero in provincia di Padova. Troppa la concorrenza, sempre meno il lavoro nell’Italia in crisi profonda: nel 2008, dopo dieci anni dalla registrazione, la sua impresa era fallita per debiti, e da allora l’uomo lavorava solo nel tentativo di soddisfare i creditori e trovare i 100mila euro di debito che non è mai riuscito a saldare. Disoccupato a 50 anni, senza neanche il paracadute della cassa integrazione. Con la perdita del lavoro e di una entrata dignitosa per la sua famiglia, è scivolato nel baratro della depressione e non è riuscito a tirarsene fuori. Stessa tragedia vicino a Pordenone, ad Azzano Decimo, dove si è suicidato un magazziniere di 46 anni, padre di tre figlie, dopo aver saputo di aver perso il lavoro. Era dipendente di un mobilificio che già l’anno scorso l’aveva messo in cassa integrazione, e poi l’aveva riassunto ma con un contratto che sarebbe scaduto il 22 aprile.
Dopodichè, questo l’ultimo annuncio, lì dentro non ci sarebbe più stato posto per lui. Quando tutto si fa flessibile e precario, le persone finiscono per vivere al limite delle loro risorse, sia economiche sia affettive. E reggere diventa molto faticoso. A volte, troppo. Il suicidio non è mai un fulmine a ciel sereno, tanto più in una persona che ha perso il lavoro. Come dice Maurizio Pompili, coordinatore del Centro anti-suicidi dell’ospedale Sant’Andrea di Roma: «Chi si toglie la vita lancia sempre dei segnali prima, che vanno monitorati ». «Perdere il lavoro rappresenta un rischio di suicidio – spiega – per persone fragili, che già vivono una forte angoscia esistenziale. È una condizione che implica perdita, insicurezza, vergogna e anche colpa verso la famiglia». La lista macabra si allunga. Solo un paio di settimane fa, sempre dalle parti di Padova, si è impiccato un imprenditore che non riusciva più a pagare gli stipendi ai suoi operai, oppresso anche lui dai debiti (e un destino davvero cinico ha fatto sì che i soldi per i dipendenti siano stati trovati un paio di giorni dopo, con un accordo del Consorzio di subappaltatori). Prima ancora, un artigiano si era ucciso la notte di Capodanno buttandosi in un canale, poi è stata la volta di un artigiano alimentare a Cadoneghe (Padova,
ancora) e la settimana scorsa di un uomo che gestiva un bar. A fine gennaio, è morto al Centro grandi ustionati di Verona un operaio bergamasco di 35 anni che aveva deciso di farla finita dandosi fuoco. Era impiegato in una ditta di Zingonia, Bergamo. Fallita. E qualche giorno fa ad Altavilla, vicino a Vicenza, si è dato fuoco un altro uomo, 39enne impresario edile, travolto dai problemi economici: lo hanno salvato per un soffio i fratelli, che sono riusciti a spegnere la fiamme in tempo. Edè una lista che potrebbe continuare. Per non dire della allucinante catena che oltralpe ha ucciso 26 dipendenti di France Telecom in due anni, ormai diventata un’emergenza nazionale.