Nell’era del lavoro col voucher

02/05/2005
    domenica 1 maggio 2005

    Nell’era del lavoro col voucher
    Vai in tabaccheria e paghi un precario. E possono farlo anche le imprese

      Felicia Masocco

        ROMA Davvero in questo paese c’era l’urgenza di normare il lavoro «a voucher»? Eppure è stato fatto, pezzo dopo pezzo, modifica dopo modifica, le ultime contenute nel decreto sulla competitività. Evidentemente – ma ai più sfugge – il governo è convinto che anche grazie al «lavoro accessorio» l’Italia possa risalire posizioni nella graduatoria della competitività (siamo al 47esimo posto secondo il World Economic Forum, dietro finanche al Botswana). Lavoro «a voucher» e lavoro «accessorio» sono sinonimi: si va in tabaccheria si comprano tagliandi da 7,5 euro e con essi si può pagare una prestazione, ovviamente una bassa prestazione, di qualcuno che si era reso disponibile a farlo segnalandosi a un centro per l’impiego. Fatto il lavoro il prestatore d’opera tornerà in tabaccheria e incasserà 5,8 euro per ogni cedolino (il resto andrà in spese e contributi). Molto semplificato, il meccanismo è questo. Se funzionerà per dare briciole di lavoro lo diranno i posteri. E forse racconteranno anche degli effetti perversi. Modifica dopo modifica, il lavoro accessorio è stato infatti esteso anche alle imprese familiari del commercio, turismo e servizi: se ne potranno avvalere fino a 10mila euro all’anno. Domanda: lo useranno per prestazioni occasionali di disoccupati che non trovano di meglio o per trasformare in «accessorio» lavoro che prima era regolare?

          È un quesito che si pone per molte delle 49 forme di rapporto di lavoro messe in campo in questa legislatura e racchiuse nella legge 30 che nelle intenzioni avrebbe dovuto creare occupazione, stabilizzare il lavoro precario, far emergere quello sommerso. Obiettivi mancati. Il mercato del lavoro italiano sembra un mutante, fotografarlo non è semplice. Alcune tendenze però sono chiare. Una su tutte: chi è precario resta precario e il riferimento non è solo agli atipici in senso stretto. La precarietà è condizione più estesa, vissuta da coloro che lavorano al nero (sono sempre di più) o anche da chi dispone di un contratto tradizionale, ma è nella fascia bassa delle qualifiche, in imprese marginali, esposte ai venti della crisi.

            Precari con sempre meno possibilità di emancipazione, si sta andando verso questa cristallizzazione. A confermarlo moltissimi indicatori. Il passaggio dai co.co.co, collaborazioni continuative, ai co.co.pro, collaborazioni a progetto, avrebbe dovuto portare allo smascheramento del lavoro dipendente camuffato. Un dato smentito. Nell’ultima rilevazione (quarto trimestre 2004) l’Istat ha censito 407mila collaboratori: il 54% lavora presso un unico committente, lavora in sede e secondo un orario fisso e stabilito dal datore di lavoro. Le differenze con il lavoro dipendente stanno in meno salario e meno contributi.

            Ancora: due distinti rapporti di Unioncamere e Agenzia delle Entrate descrivono un repentino aumento delle partite Iva. Nel 2004 le nuove aperture sono state 1 milione, le nuove posizioni imprenditoriali sono state 700mila, 100mila i liberi professionisti. E le altre 200mila? Sindacati, ma anche sostenitori della riforma-Maroni concordano nel sostenere che si tratta di co.co.co trasformati (ora privi anche della copertura del 17,8% dei contributi previdenziali). Si fluttua quindi da una forma di precarizzazione a un’altra. Si può aggiungere che i collaboratori contati dall’Istat (che si inseriscono nei 2 milioni e mezzo di lavoratori «non standard»), sono decisamente meno rispetto a quelli che risultano al Cnel (800mila); Nidil, il sindacato degli atipici della Cgil ne ha contati 1milione e 400mila.

              L’operazione co.co.co è dunque fallita e non è la sola. Tralasciando il job on call, lo job sharing, la somministrazione di manodopera, e altre innovatrici forme di rapporto che i sindacati si sono rifiutati di recepire nei contratti nazionali (e che i vari responsabili delle Risorse Umane neanche prendono in considerazione), è il lavoro «tradizionale», il contratto a tempo indeterminato, a fornire un’altra lettura interessante. Tra il 2001 e il 2004 è cresciuto, ma meno degli anni precedenti e, soprattutto è cresciuto il lavoro «povero», con basso valore aggiunto. Basta guardare la produttività: se era «base» 100 nel 2001, nel 2004 è scesa a 89 (fonte Istat). In pratica invece di acquistare un macchinario nuovo, sono state messe più persone a lavorare su uno vecchio. E si tratta di lavoratori che alla prima crisi vanno a casa. Certo, se la loro impresa ha più di 15 dipendenti c’è sempre la cassa integrazione, ma non è un lavoro.

                È insicurezza, è impossibilità di progettare, di darsi un futuro. Oggi sono working poors, e per domani o dopodomani hanno buone possibilità di diventare indigenti. Perché il precariato dà poco e quel poco si consuma oggi, non si investe. Illuminante, in proposito una ricerca Censis dello scorso anno, un focus sul precariato: «Ci penserò domani» – diceva – può ben essere lo slogan di un esercito di cittadini che a causa dell’insicurezza lavorativa si concentrano sul «contingente», «figli legittimi di una società rannicchiata nel presente che tende a consumare piuttosto che a usare risorse per creare nuova ricchezza». E il precariato acquista una dimensione antropologica.

                  L’ultima rilevazione Istat dice anche c’è anche un allarme-rosa, per la prima volta la crescita di lavoro non è quella femminile. Il part-time che la legge 30 ha riformulato rendendolo molto elastico per le imprese è in calo (-71mila contratti tra il 2003 e il 2004), ed era questa una forma di rapporto privilegiata dalle donne. In più anche attraverso il part-time emergeva lavoro irregolare. E poi c’è il Sud, di cui oggi si parla tanto. «È qui che l’occupazione cala più che altrove – spiega Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil -. E cala anche la disoccupazione perché molte persone rinunciano a cercare lavoro. Del resto se l’offerta è occupazione senza diritti e tutele, è malpagata e incerta è evidente che si rifluisce nel sommerso. È ancora presto per fare bilanci sulla riforma del lavoro, ma dopo un anno e mezzo questi sono i primi frutti». Che fare di questa legge? «Noi non neghiamo la flessibilità perché oggi è interna al processo produttivo, ma contrastiamo aspramente la precarizzazione del lavoro – afferma il responsabile Lavoro dei Ds Cesare Damiano -. Vanno selezionate le forme di buona flessibilità, sono quelle contenute nei contratti collettivi, già individuate nella legge-Treu. Il sistema va però spinto verso il tempo indeterminato ripristinando il credito di imposta perché non possiamo creare generazioni di invisibili».