Nella new economy spunta la voglia di sindacato

19/02/2001

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19 Febbraio 2001Oggi in edicola Pagina 26
Nella new economy che licenzia
spunta la voglia di sindacato

Troppa flessibilità, i dipendenti delle dot.com Usa chiedono diritti
Con la prima crisi arrivano i traumi sociali e vacillano le certezze sulla superiorità del modello Internet

FEDERICO RAMPINI


SAN FRANCISCO — «All’inizio credevo di lavorare in un’impresa che avrebbe migliorato l’America. Dopo tanti lavori deludenti, questo sembrava diverso. E invece era un mito». Chris Chase parla con amarezza del suo sogno infranto: a 29 anni, ex addetto all’assistenza-clienti della Amazon, è uno dei 1.300 dipendenti licenziati dalla società leader nel commercio elettronico. Con la prima crisi anche nella New Economy arrivano i traumi sociali, vacillano le certezze sulla superiorità di questo modello con poco Welfare e pochi ammortizzatori assistenziali. Colpito dall’insicurezza, il mondo di Internet scopre perfino una voglia di sindacato. Quali conseguenze potrà avere una recessione sulla generazione che non ne ha mai vissute? Come reagirà quel sistema di valori unico al mondo che ha nutrito la New Economy? Flessibilità, cambiamento continuo, cultura del rischio d’impresa: oggi la ricetta californiana mostra anche l’altra faccia della medaglia. «Con le aziende Internet ho chiuso» dice l’indiano Asim Taher. Tecnico programmatore di siti web, oggi disoccupato, si è rivolto all’agenzia di collocamento BrassRing a San Francisco. «Stavolta cerco un’impresa grossa, quotata in Borsa e col bilancio solido, per un posto di lavoro che duri». Dopo un decennio di boom, la frustata dei licenziamenti colpisce all’improvviso e disorienta. Taglia la grande industria tecnologica della Silicon Valley (Hewlett-Packard: 1.700 licenziati), tagliano le dot.com del commercio elettronico (Amazon, Barnes&Noble.com, eToys, Webvan), taglia il nuovo gigante multimediale America Online Time Warner: 2.400 esuberi. Il settore Internet in senso stretto ha perso 51.000 posti di lavoro in un anno, di cui 13.000 nell’ultimo mese. In assoluto i traumi sociali subìti nella New Economy sono ancora leggeri: poca cosa rispetto ai 26.000 licenziati in un sol colpo dalla Chrysler, a 10.000 esuberi tra Ford e General Motors, ai 16.000 telefonici mandati via da Lucent nel New Jersey. L’epicentro della recessione è nei vecchi Stati della Old Economy come Illinois Michigan e Ohio. La California è sì sull’orlo di una crisi energetica che può penalizzare la Silicon Valley, ma per ora la sua opulenza è appena sfiorata dai presagi negativi. A San Francisco il tasso di disoccupazione è al 2%, nella Silicon Valley è l’1% della forza lavoro: dieci anni di sviluppo non basterebbero all’Europa per raggiungere una situazione sociale così invidiabile. Qui i licenziamenti per ora sono un’opportunità per le aziende sane, dopo tanta penuria di manodopera finalmente possono assumere. I settori tecnologici che tirano, come l’industria delle fibre ottiche, nella Silicon Valley stanno facendo proprio questo, usano la crisi per reclutare. A San Francisco un gigantesco dirigibile galleggia per aria sopra la Baia. E’ la pubblicità di Monster.com, un sito Internet che fa da agenzia di collocamento. In un mese i suoi affari sono raddoppiati, grazie ai licenziamenti si è risvegliato un mercato dove mancava la materia prima umana. Ma questo panorama californiano così confortante non deve ingannare. «L’esperienza insegna: prima va giù l’economia, poi con ritardo le statistiche sulla disoccupazione salgono, inesorabilmente» dice Sung Won Sohn, chief economist della banca Wells Fargo. Le crisi americane hanno ritmi fulminei, si passa dall’euforia del boom al pessimismo cupo in un attimo. E la flessibilità fa sì che il mercato del lavoro sia un sismografo fedele: in pochi mesi le cadute dei consumi e degli investimenti diventano lettere di licenziamento. I primi a sentire che il clima sociale della New Economy sta cambiando sono i sindacalisti. «Prima non sapevano neppure che esistessimo, ora siamo sommersi dalle richieste dei dipendenti di dot.com (le società Internet) che vogliono saperne di più sui diritti dei lavoratori», dice Gretchen Wilson della Alliance of Technology Workers, il sindacato che fa proseliti da Amazon. «La New Economy sta maturando e viene a cercarci» conferma Erin Tyson Poh della California Media Workers Guild, un’altra federazione sindacale che sta facendo breccia nel mondo di Internet. «I primi a cercare una tutela — dice il sociologo di Berkeley David Levine — sono quelli dalle mansioni più dure e stressanti. E’ logico che vadano verso il sindacato». L’e-commerce è anche questo: i giovani addetti al servizio clienti passano le loro giornate al telefono tentando di placare consumatori scontenti per i ritardi nelle consegne, o per riparare gli errori di un software non sempre efficiente. I primi flirt tra i sindacati e la manovalanza della New Economy hanno scatenato reazioni dure da parte delle aziende. Amazon nel decidere i suoi 1.300 licenziamenti ha selezionato gli stabilimenti dove era affiorato qualche accenno di conflittualità. Ai licenziati ha offerto un risarcimento originale. Un pacchetto di stock-options, così se l’azienda va meglio e le sue azioni rimontano, anche gli ex ci guadagneranno. Ha aggiunto una clausola velenosa, il silenzio-stampa: chi critica Amazon perde le stock-options. Altre dot.com hanno usato metodi anche più sbrigativi, come Webvan che ha vietato le assemblee nelle ore di pausa, ed è stata trascinata in tribunale dai dipendenti. Per i dipendenti delle dot.com in difficoltà, iscriversi al sindacato e ottenere un contratto di lavoro regolare è una precauzione. In caso di fallimento del datore di lavoro, i loro salari saranno privilegiati nella liquidazione giudiziaria. Ma certi imprenditori temono il sindacato come la mazzata che può precipitare la crisi. E’ il caso di Etown.com, un sito Internet di San Francisco che fornisce informazioni sui prodotti elettronici. «Ancora non abbiamo chiuso un bilancio in utile — dice il suo presidente Steve Ramirez — in un momento così difficile qualunque aggravio dei costi può esserci fatale». Gli dà ragione l’economista Sonia Arrison, direttrice del Center for Freedom and Technology, un pensatoio liberale di San Francisco: «Nella natura della New Economy — dice — tutto si muove più in fretta. La crescita è più veloce, la creazione di nuova occupazione e di ricchezza è stata rapida, i licenziamenti sono istantanei. L’arrivo dei sindacati introdurrebbe rigidità e pesantezza in questo modello». La flessibilità è uno degli ingredienti del miracolo americano. Esempio: tre milioni e mezzo di posti di lavoro con contratti a termine, creati in pochi anni dalle agenzie che affittano manodopera. Il presidente di Manpower, la più grossa di queste agenzie, non nasconde la contropartita: «Se un’impresa ha 500 dipendenti suoi e altri 100 presi in affitto a termine da noi — dice Jeffrey Joerres — quando arriva una congiuntura debole i primi ad essere cacciati sono i nostri». Per lo studioso di relazioni industriali Gary Chaison, «il sindacato fa benissimo a interessarsi dei nuovi settori trainanti dell’economia. Se riesce a entrare in queste aziende giovani e innovatrici, dimostrerà che il movimento sindacale non è più quello dei nostri nonni e delle fabbriche con le ciminiere». Cinquant’anni fa, ai tempi in cui la grande industria fordista dominava l’America, le Unions tesseravano il 35% dei lavoratori, oggi arrivano a stento al 10%. La New Economy può conciliarsi con la funzione del sindacato, e scoprire forme di dialogo sociale che non ne addormentino la vitalità? Di certo questa prima crisi dell’era Internet mette a nudo le durezze di un sistema che per essere dinamico esige un alto rischio individuale. Il suo simbolo estremo sono le stock-options. Nel boom sono servite a rendere partecipe tutta la forza lavoro dei successi d’impresa: anche segretarie e fattorini delle dot.com potevano arricchirsi. Ora che il vento gira si vede l’altra faccia della medaglia. «Il mio portafoglio si è dimezzato — osserva sconsolato Himanshu Pokharna, 31enne indiano, ingegnere elettronico che lavora per il colosso informatico Intel — l’azione Intel valeva 64 dollari un anno fa, oggi è scesa a 36. Credo che per diventare ricco mi ci vorrà più tempo». I venti di recessione ricordano ai giovani della Silicon Valley che l’economia dei loro padri aveva tanti difetti e qualche vantaggio. Ancora 25 anni fa il modello dominante della società americana erano Ford, Ibm, AT&T. Aziende dove la fedeltà ai valori conformisti dell’establishment e il rispetto delle gerarchie erano premiati con la carriera e il posto a vita. Non erano imprese agili né innovative, ma a chi deve pagare un mutuo-casa e la retta universitaria dei figli, offrivano certezze. C’è chi spera che la crisi sia anche una catarsi morale, un correttivo contro gli eccessi di egoismo e di avidità degli anni Novanta. David Callahan, autore di Quality of Life 2000: The New Politics of Work, Family and Community, osserva: «Ho visto troppi valori distorti nella mia generazione, la cosidetta Generazione X, cioè i ventenni che hanno fatto i soldi nella Silicon Valley. Chi vuole fare più l’insegnante, quando si può diventare miliardari?». Eppure, perfino sotto la pressione delle difficoltà, questa terra reagisce in modo originale, non rinuncia alla sua irriducibile diversità. Nella Baia di San Francisco c’è un barometro infallibile che annuncia una burrasca sull’economia: le statistiche dicono che all’avvicinarsi di una crisi aumenta subito il numero di lavoratori che si mettono in proprio. Temi di essere licenziato? Crea la tua impresa, così non ti licenzierà nessuno. Thierry Foucaut è francese ma arrivando qui ha assorbito lo spirito di questa nuova frontiera. Un anno fa lasciò un buon posto alla multinazionale dei cosmetici L’Oréal, a Parigi. Si trasferì a San Francisco con moglie e figli per lavorare da Eve.com, una società che vendeva prodotti di bellezza su Internet. In dieci mesi è fallita e Thierry oggi è in cerca di lavoro. «Se fossi in Francia — ammette — sarei molto preoccupato. Qui non ho paura». Amazon ad alcune centinaia di candidati al licenziamento ha offerto un’alternativa: ricollocarli in un’altra sede aziendale, nello Stato del West Viriginia. Da Seattle, significa spostarsi di tremila chilometri. Come dire: in mobilità da Milano a Mosca. Il bello è che qui non la prendono come una beffa. Alcuni hanno già accettato.