Nel triangolo delle badanti

11/11/2002


9 Novembre 2002

 

Nel triangolo delle badanti
A due giorni dalla scadenza dei termini, la sanatoria immigrati sta provocando caos
Tra Ferrara, Bologna e Modena una rete di donne polacche consente alle famiglie di gestire anziani e inabili. Ma ora tutto finirà, per l’impossibilità di regolarizzare proprio le immigrate per le quali la nuova legge era stata pensata

CINZIA GUBBINI


FERRARA
Sono quasi tutte polacche, sono quasi tutte «badanti», quasi nessuna di loro verrà regolarizzata. Accade nel triangolo di Italia tra Ferrara, Bologna e Modena: uno spicchio di terra con una concentrazione impressionante di lavoro domestico, svolto per il 99% da donne straniere, praticamente tutte dell’est. Ragazze ucraine, moldave e polacche. Apprezzatissime dalle famiglie di questa zona: dicono che sono serie, brave e che hanno «il senso della famiglia». Ormai sono anni che, nella totale clandestinità, queste donne – spesso non giovanissime – si danno da fare nelle case dei ferraresi: di solito curano gli anziani, e sono una vera benedizione per chi ha un malato grave in casa. Dall’arrivo della regolarizzazione, è un inferno. La prefettura non sa che risposte dare, i sindacalisti si mettono le mani nei capelli e intere famiglie sono precipitate nel panico.

Ma andiamo con ordine: in questa zona, lungo gli anni, si è creato un modello di lavoro originale. Protagonisteindiscusse, le donne polacche. Hanno messo in piedi una rete di collocamento totalmente spontanea, che non rovina la vita a loro e soddisfa completamente il datore di lavoro (cioè il cittadino ferrarese). In pratica vengono a lavorare in Italia soltanto per tre mesi, al massimo cinque, poi tornano a casa dalla propria famiglia e vengono sostituite per un «turno» dalla cugina o dall’amica. Finito il turno dell’amica tornano loro, e così via.

In questo modo le donne non rompono totalmente il rapporto con il loro paese, però hanno un lavoro e anche ben retribuito. Per i ferraresi non c’è nessun problema: capiscono perfettamente l’esigenza di queste donne di coltivarela loro vita in Polonia, e soprattutto l’esigenza di prendersi una pausa – «si tratta di un lavoro durissimo», riconoscono tutti.

Tra Cento, Pieve, San Pietro in Casale, Sant’Agostino, Mirabello, sono decine le famiglie che si ritrovano, non senza qualche imbarazzo, all’autogrill Cantagallo, sull’A1, luogo dell’appuntamento con la polacca in arrivo. Le ragazze, in genere, viaggiano con un autobus di linea. Venendo dalla Polonia non hanno bisogno di un visto per entrare, e guarda caso, nessuno – mai – alla frontiera italiana mette un timbro sul loro passaporto. Quindi sono totalmente insospettabili, con il passaporto immacolato. Era un tran-tran collaudato, fino all’arrivo della sanatoria.

«Noi eravamo contenti di poterle regolarizzare – racconta Guido, il più agguerrito della zona, che affida la sua mamma di 93 anni a due cugine polacche – ma con questo fatto che devono essere entrate in Italia prima del 10 giugno, è un problema. La mia collaboratrice, per esempio, è entrata il 14 giugno, e in prefettura mi hanno detto che se dichiaro il falso, rischio 9 mesi di galera e 5 mila euro di multa».

Il primo problema è proprio questo: almeno una delle due collaboratrici non era in Italia a giugno, ma in Polonia. Il sottosegretario agli interni, Alfredo Mantovano, ha dichiarato: «E’ ovvio che il lavoratore possa essersi allontanato per ferie». Vallo a spiegare in prefettura dove ovviamente, senza una circolare scritta, non si prendono iniziative. Dire una piccola bugia, e scrivere sul modulo che la collaboratrice è entrata prima del 10 giugno, è vista da queste famiglie come una vera e propria eresia.

Ma il problema non è solo questo: la legge, infatti, stabilisce che il contratto della regolarizzazione debba essere di almeno un anno e che, nei tre mesi precedenti all’entrata in vigore della Bossi-Fini, il lavoratore debba essere stato impiegato «continuativamente». E anche qui, le donne polacche sono fuori regola. Loro lavorano cinque mesi, non un anno: «Io proprio non posso, non posso stare qui più di tanto, a casa ho i bambini», ci dice una di queste donne.

«La cosa assurda è che noi siamo disposti a regolarizzarle», raccontano due sorelle che vivono una situazione particolarmente drammatica. Il fratello ha una malattia degenerativa molto grave. Fino a sei anni fa era una persona sanissima, «un leone», raccontano in paese. Ora è praticamente paralizzato, e ha bisogno di assistenza 24 ore su 24. Da qualche tempo ha stabilito un rapporto molto buono con due ragazze polacche, che si danno il cambio, e gli vogliono un gran bene.

«Non ci fidiamo di nessun altro, ma non possiamo permetterci di pagar loro i contributi nel periodo in cui non lavorano per noi. Le vogliamo regolarizzare, però nel modo giusto. Lo stato non ci può chiedere sacrifici ulteriori, considerando che in situazioni come queste sei costretto a fare tutto da solo, e a pagare tutto». E anche se riuscissero a regolarizzare una delle due, a un certo punto scatterà il problema della difficoltà di far entrare regolarmente la seconda collaboratrice in Italia con i flussi di ingresso: «Ci siamo già informate: è difficilissimo» – spiegano. «Le quote che assegnano alle nostre zone sono sempre insufficienti rispetto alla richiesta di lavoro». Morale: le ragazze polacche continueranno a entrare clandestinamente, sperando che la storia dei controlli più duri non sia vera.

«La situazione è gravissima», commentano Bruna Barberis e Agostino Pavan, due sindacalisti della Cisl. Possibile che non si sia riusciti ad adattare la regolarizzazione, nata per le badanti, alle loro esigenze? Lo sanno tutti che svolgendo un lavoro molto particolare non hanno i crismi del «dipendente a tempo indeterminato». «Possibile – rispondono – visto che nell’attuazione di questa regolarizzazione non ci sono state indicazioni precise su come lavorare. Questo è il problema. Le circolari sono arrivate a rilento, e molti problemi sono rimasti in sospeso». Anche in prefettura, l’atmosfera è plumbea. La funzionaria, Manuela Fiorini, ce l’ha messa tutta per far quadrare il cerchio, con scarsi risultati: «Facciamo il possibile – spiega – ma se certe tipologie non rientrano nella legge non possiamo cambiarla. E di certo non ci aspettavamo questa estensione del fenomeno». Ma il sottosegretario ha detto che il lavoratore può essersi assentato da giugno e settembre, non basta un’autocertficazione? «Eh no, ci vuole una documentazione ufficiale, noi possiamo accettare solo quella». Un cane che si morde la coda. E pensare che sarebbe bastata una semplice circolare del ministero dell’interno per risolvere il problema. E un po’ di buonsenso.