Nel non food c’è più spazio

01/12/2003



      Lunedí 01 Dicembre 2003

      Grande Disribuzione
      Nel non food c’è più spazio

      Grande distribuzione – Per Indicod la penetrazione nel bricolage e nel mobile è ancora bassa


      Spazi di crescita ridotti e margini sotto pressione per il grocery: meglio guardare al business del non food che per le grandi imprese commerciali conserva prospettive di sviluppo maggiori, discreti margini e competizione meno esasperata.
      Gli spazi di crescita più allettanti, secondo un’indagine condotta da TradeLab per Indicod, sono disponibili nei business del mobile-arredo (la distribuzione moderna incide solo per il 13% del totale), dell’hardware (17,7%), del bricolage (25,4%), dell’abbigliamento-calzature (31,3%) e dell’articolo sportivo (33,7%). In Francia solo le prime quattro insegne specializzate si ritagliano circa il 90% della superficie commerciale negli articoli sportivi, il 72% nella profumeria, la metà nel tessile-abbigliamento e nel mobile-arredo. Se invece si considerano le prime otto insegne le percentuali si impennano fino a concentrarsi nel range del 63/92 per cento.
      Secondo Indicod questa distanza abissale tra Italia e Francia se, da un lato, può essere spiegata con le differenti definizioni dei due mercati e con le peculiarità urbane, dall’altro, rende plausibile l’ipotesi di un ritardo italiano nel processo di sviluppo del commercio specializzato non alimentare. «Tuttavia – osserva Marco Cuppini, direttore dell’area studi di Indicod – non è scritto da nessuna parte che il nostro Paese debba seguire esattamente la stessa strada tracciata dalla Francia, ma la performance nel non food dei transalpini è un benchmark che fornisce il trend di sviluppo, specie nel bricolage, e indica un’opportunità per le nostre imprese commerciali».
      Elettronica al top. In Italia i consumi delle famiglie nel 2002 risultavano pari a 760,2 miliardi (+2,9%), di cui 133,5 miliardi (17,6% del totale) riconducibili al business grocery (alimentare e prodotti per la cura della casa e della persona) e 174 miliardi (23%) al non alimentare. Il resto comprende beni e servizi vari.
      Dall’analisi delle quote di mercato emerge che la distribuzione moderna ha raggiunto un ruolo significativo anche nel non food, veicolando oltre il 40% delle vendite complessive. In particolare, nell’elettronica di consumo (elettrodomestici bruni e bianchi, piccoli elettrodomestici, hardware, fotografia, telefonia) l’incidenza sul totale ha raggiunto punte tra l’80 e il 90% per gli elettrodomestici bruni e i piccoli elettrodomestici. Nell’edutainment (videogiochi, homevideo, supporti audio, libri) la quota supera il 50 per cento.
      Ma perché si tarda a vedere il business nel non food? Oltre ai noti problemi delle autorizzazioni, gli imprenditori che intendono entrarvi e quelli che vi operano da tempo avvertono la sensazione di navigare a vista. «Diversamente dal grocery – spiega Cuppini – mancano elementi informativi sul mercato che possano facilitare la pianificazione strategica: per esempio, nel bricolage non c’è nessuno che monitori il mercato». Ma oltre alla carenza di informazioni Indicod, istituto che associa 28mila aziende del largo consumo di cui 9mila non food, ha rilevato che le imprese percepiscono ancora come irrisolto il nodo dell’efficienza. «Di cui – sostiene Cuppini – fanno parte integrante la logistica e il codice a barre. Anzi quest’ultimo è un pre requisito di efficienza, uno strumento di utilizzo abituale nel grocery».
      La leva pubblicitaria. «La distribuzione moderna – osservano gli imprenditori commerciali – ha fatto della pubblicità una leva importante di crescita, molto più dell’industria». Del resto i dati di Nielsen Media Research sono chiari: il grocery pesa per il 17,6% sui consumi della famiglie e per oltre il 34% sugli investimenti pubblicitari (primi sei mesi del 2003). Il non food è in sostanziale equilibrio (22,9% contro 20), ma gli altri prodotti e servizi (autoveicoli, carburante, prodotti farmaceutici e tabacchi) pesano per circa il 60% sui consumi e solo per circa il 46% sugli investimenti pubblicitari. In termini tendenziali, crescono gli investimenti della distribuzione a prevalenza alimentare, a fronte di una riduzione del non alimentare. Tra queste ultime, le catene di elettronica di consumo pesano per quasi tre quarti sull’investimento complessivo del comparto. Seguono i mercatoni, i grandi magazzini e i bricolage, che incidono per il 16 per cento.
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