Nel lungo verbale spunta anche il nome di D’Alema

13/01/2006
    venerdì 13 gennaio 2006

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    IL RACCONTO DEL CAVALIERE NEL MIRINO FORSE UN ALTRO ESPONENTE DS

      E nel lungo verbale spunta anche il nome di D’Alema

        retroscena
        Augusto Minzolini

          ROMA
          L’auto civetta, quella che precede ogni spostamento del presidente del Consiglio è rimasta parcheggiata davanti a Palazzo Grazioli. Come pure la seconda macchina di scorta. Silvio Berlusconi, invece, per far perdere le sue tracce a cronisti e telecamere è salito ieri a metà pomeriggio su uno dei furgoni blindati dai vetri oscurati che trasportano le sue guardie del corpo e con quello si è recato alla Procura di Roma. Lì, in mezz’ora di colloquio, accompagnato dal suo avvocato di fiducia Niccolò Ghedini che però è rimasto fuori dalla porta, il premier ha raccontato ai giudici alcuni episodi che dimostrerebbero a suo avviso come e quando alcuni dirigenti ds si sono dati da fare per convincere alcuni imprenditori a vendere le loro azioni della Bnl all’Unipol. Un mezzo dossier contenente nomi e circostanze che il premier ha saputo in un caso da un imprenditore contattato direttamente da un dirigente della Quercia, in altri attraverso il racconto di seconde o terze persone. Tutte le vicende non presentano nulla di penalmente rilevante, ma danno una versione diversa della scalata Unipol alla Bnl rispetto a quelle care a Piero Fassino e a Massimo D’Alema: secondo il premier, infatti, il vertice ds non era ignaro o indifferente a quanto stava accadendo, ma ha aiutato l’Unipol ad accaparrarsi azioni della Bnl per il successo dell’Opa.

            La mossa del premier carica di tensione uno scenario già tempestoso: Piero Fassino ha escluso, usando un tono più minaccioso che rassicurante, strumentalizzazioni da parte dell’opposizione sulle rogatorie dell’avvocato inglese indicato come uno degli inventori delle scatole cinesi Fininvest; nel palazzo ci sono ancora gli echi della battuta di Massimo D’Alema sulla scalata di Colaninno alla Telecom, «il ministro dell’economia di allora è diventato Capo dello Stato, uno degli artefici Governatore di Bankitalia e non credo che a me mi fucileranno»; mentre dentro il centro-destra rimbalza una voce su Piero Gnutti. «Tutti sanno – ripete il deputato Osvaldo Napoli – che Gnutti ha dai magistrati un trattamento diverso rispetto a quello di Fiorani perché altrimenti racconta tutto sull’affare Telecom».

              Berlusconi ha voluto dare il suo contributo a questa atmosfera incandescente. A dir la verità in queste settimane il premier ha pensato spesso di fare un passo eclatante per richiamare l’attenzione sulla vicenda Bnl. L’ira per la polemica sul suo condono fiscale di 1800 euro («una vigliaccata sul niente – sono sue parole – per coprire lo scandalo Unipol») ha trasformato il proposito in un desiderio. Poi l’altra sera nel confronto con Bertinotti il Cavaliere si è fatto prendere dalla foga e il desiderio si è trasformato in realtà. Ieri mattina presto ha dato incarico al suo avvocato, Ghedini, di contattare i giudici romani e il pomeriggio, senza pensarci due volte, li ha incontrati per raccontargli tutto quello che sa sul caso Unipol.

                Se la «ratio» della sua deposizione è chiara – il coinvolgimento di alcuni dirigenti Ds nelle operazioni messe in atto dall’Unipol per rastrellare azioni Bnl – sui nomi tirati in ballo dal premier si fanno solo congetture. Gli esponenti della Quercia coinvolti negli episodi raccontati dal Berlusconi sarebbero due: Massimo D’Alema e un altro personaggio che ha un certo peso nei Ds. Anche sull’identità degli imprenditori si fanno solo congetture. Francesco Caltagirone già l’altra sera ha fatto sapere in giro che lui non ne sa niente: «non ho avuto incontri». Di sicuro si tratta di personaggi che fanno parte di quello che fu denominato il «contro-patto» o che hanno contatti con la galassia berlusconiana. «Visto che il presidente con queste elezioni combatte la sua ultima battaglia – spiega il sottosegretario all’Interno, Michele Saponara, già avvocato di Cesare Previti – è pronto a tutto. Non ha problemi di galateo. Eppoi il Cavaliere è uno che è in mezzo a tutto e quindi sa tutto. Senza contare che nel contro-patto è pieno di amici che gli possono aver raccontato tutto, a cominciare dal suo padrone di casa a Roma, il conte Grazioli».

                  Già, mai come in questa vicenda il Cavaliere può avere avuto un gran numero di confidenti. L’immobiliarista Ricucci neanche l’altro giorno ha chiesto delle consulenze per il suo caso al presidente della commissione Affari Istituzionali, l’azzurro Donato Bruno. Eppoi c’è Danilo Coppola che ha diversi amici nell’entourage berlusconiano. Oppure Vito Bonsignore parlamentare europeo dell’Udc che della vicenda Bnl sa molte cose. Insomma, Berlusconi può avere informazioni di prima mano da molti dei protagonisti dell’ultima guerra finanziaria che ha insanguinato il Paese. E addirittura qualcuno potrebbe aver parlato di un intervento da parte di D’Alema sui vertici delle Generali per convincerli a vendere le azioni Bnl a Unipol.

                    In fondo, l’obiettivo del premier non è difficile: il Cavaliere non vuole provare un reato, ma rendere pubblico il ruolo politico del vertice Ds che per mesi hanno giurato e stragiurato di essere stati tenuti all’oscuro dell’intera operazione di Consorte e soci. «Vedete – si è sfogato qualche giorno fa con i suoi – quello che non sopporto è l’ipocrisia e il cinismo di chi inventa di sana pianta uno scandalo sulla mia dichiarazione dei redditi per coprire sui giornali i propri comportamenti. Eppoi anche l’atteggiamento di una certa magistratura: ad esempio, qualcuno sa spiegarmi il diverso trattamento riservato a Fiorani e a Consorte? Qui gira di tutto, si sentono tante voci e, invece, si ha l’impressione che i magistrati milanesi sulle vicende che riguardano l’Unipol si siano fermati. Due pesi e due misure. Il che conferma solo una cosa: i pm di Milano non sono cambiati, ma sono sempre gli stessi, quelli che per un credo ideologico mi hanno perseguitato per anni».