Nel conclave rosso la Cgil apre la sua fase ecumenica

11/04/2005

    lunedì 11 aprile 2005

      SINDACATI. DUE GIORNI A PORTE CHIUSE PER DEFINIRE LA STRATEGIA
      di Ettore Colombo

        Nel conclave rosso la Cgil apre la sua fase ecumenica

          Il "conclave rosso" riunirà i suoi cardinali (segretari generali e di categoria) e vescovi (segretari metropolitani e delle Camere del Lavoro) tra martedì e mercoledì (a porte chiuse, come ogni conclave) per mettere a punto la strategia che porterà la Cgil a congresso, nella primavera 2006. A corso d’Italia sono convinti che l’Unione sia il modello vincente e che abbia già la vittoria in tasca: forse proprio per questo starebbero per abbandonare ogni tentazione d’autosufficienza politicista. Teoria del "sindacato amico" compreso? Forse è troppo, ma il rilancio dell’unità sindacale conviene. L’ultimo congresso dei Ds ha prodotto, peraltro, una inedita convergenza sugli ordini del giorno dedicati al lavoro che ha visto, con l’eccezione della corrente che fa capo a Cesare Salvi (e cioè il segretario della Fiom Gianni Rinaldini), votare insieme fassiniani (ex "gruppo dei 49") e mussiani: Megale, Amoretti e Panzeri (ora parlamentare europeo) da un lato e Nerozzi dall’altro, ma anche Rocchi e Passoni ("gruppo dei 26"). Tutti i dirigenti di primo piano delle diverse componenti della Cgil cioè, saldati dall’opera di ricucitura effettuata dal responsabile Lavoro dei Ds Cesare Damiano.

          All’ultimo direttivo della Cgil, poi, si è registrato un altro passo in avanti. Il presidente dell’Inca, Aldo Amoretti, riformista doc, vede profilarsi un tranquillo congresso unitario, anche se alcune categorie (Funzione pubblica, Flai, Fiom) hanno i nervi tesi su molti punti, non solo sindacali (le donne cigielline avrebbero voluto schierare la Cgil sul sì ai referendum ma Epifani ha detto no). «L’ipotesi di una Cgil autosufficiente è largamente alle nostre spalle», rassicura Amoretti. «Certo, siamo ancora alla discussione sui massimi sistemi ma su molti punti facciamo passi in avanti, dalle commissioni interconfederali sul sistema contrattuale alla ripresa dello slancio unitario con la Cisl». Il segretario confederale Paolo Nerozzi, leader dell’ex correntone in Cgil, proprio al direttivo ha detto che per introdurre forti iniezioni di competitività che stimolino formazione e ricerca bisogna dotarsi di politiche fiscali e salariali coerenti. Combattere rendite ed evasione fiscale non basta, difendere il potere d’acquisto dei salari neanche. "C’è il problema delle risorse", dice. Si pone, cioè, per lui che viene dal pubblico impiego, il problema degli aumenti salariali e della qualità del lavoro.

          Agostino Megale, tessitori di una filiera riformista sempre più larga, in Cgil, e presidente dell’Ires, spiega: «La fase nuova che si è aperta dopo il congresso dei Ds e a maggior ragione dopo il risultato elettorale contiene tutte le premesse per spingere verso un congresso unitario capace di liberare la discussione affinché i contenuti che la Cgil propone siano capaci di parlare non solo ai lavoratori, ma al Paese. Vuol dire rilanciare in modo serio concertazione, politica dei redditi e unità sindacale».

          Facile a dirsi e meno facile a farsi, date le note e continue frizioni tra Cgil e Cisl. Anche su questo delicato fronte però Nerozzi ha indicato, al direttivo, soluzioni ingegnose, anche se un po’ fumose: «Le forze sociali in un sistema bipolare devono porre con forza il diritto all’informazione e di avere loro rappresentanze istituzionali, diritti il cui naturale contrappeso è la democrazia tra i lavoratori». Traducendo dal sindacalese, potrebbe voler dire concertazione istituzionalizzata, un’apertura alla Cisl, anche se in cambio di una legge sulla rappresentanza. Certo è che Nerozzi sull’unità ammette: «Quando ce la proposero, nel 1996, perdemmo un’occasione storica, dicendo di no».

          Il sentimento unitario è però ancora molto minoritario, dentro la Cgil, e difficilmente si tornerà ai tempi di Lama. La segretaria confederale Nicoletta Rocchi vorrebbe soprattutto «tornare a parlare di temi sindacali, più che di rapporti con la politica» e chiede di rilanciare parole d’ordine come unità e concertazione: «I tre sindacati devono ritrovare un rapporto unitario stretto per affrontare al meglio la crisi del Paese.

          Articolazioni emendative le vedo possibili ma non su questioni fondamentali o strategiche», dice. Megale chiede soprattutto «un serio processo di ringiovanimento e rinnovamento interno». Niente mozioni, dunque, ma tesi con un corposo preambolo politico? Il percorso indicato è quello. I riformisti sono d’accordo, molti ex cofferatiani (poi fassiniani) anche, la minoranza di "Cambiare rotta" che fa capo a Patta pure, solo Cremaschi e pezzi di Fiom spingono per mozioni alternative ma i meccanici hanno un contratto difficile da rinnovare e il forte bisogno di farlo in modo unitario. Per la Fiom sarebbe molto scomodo restare nell’angolo, sindacale e politico, con un’Unione che vince unita. I cardinali rossi si scambiano sorrisi, il papa Epifani sta per affrontare un conclave tranquillo.