Nel commercio il dettaglio «tiene»

13/05/2002





L’incremento degli esercizi «no food» compensa il crollo dell’alimentare
Nel commercio il dettaglio «tiene»

Maria Luisa Colledani

MILANO – I negozi al dettaglio resistono alle chiusure. Lo rivela l’inchiesta condotta dalle tre testate regionali del Sole-24 Ore («NordOvest», «NordEst» e «CentroNord») in edicola da domani. A due anni dall’applicazione della riforma Bersani, introdotta per liberalizzare il settore, la rete distributiva nelle dieci regioni prese in esame nei dorsi ha trovato una stabilità strutturale, frutto dell’avanzata del settore no food che compensa la flessione dell’alimentare. Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sul commercio del ministero delle Attività produttive relativi all’ultimo biennio, a fine 2001 il Centro-Nord contava 115.765 esercizi, 48 in più rispetto all’anno precedente. Dalle rilevazioni InfoCamere (che esaminano solo le sedi di impresa e non le unità locali come fa l’Osservatorio), relative al primo trimestre del 2002, emerge un calo (-1,07%) delle imprese rispetto a fine marzo 2001. «Negli ultimi dieci anni – afferma Pietro Blondi, presidente della Confcommercio dell’Emilia-Romagna – la superficie della grande distribuzione è aumentata del 66%: da qui la nostra richiesta alla Regione di supportare soprattutto tecnicamente la competitività delle Pmi, intervenendo sui vincoli di finanziamento ai Centri di assistenza tecnica». La Toscana, dove nel primo trimestre del 2002 il comparto no food ha mostrato segnali di crescita, sta lavorando alla riforma della legge regionale sul commercio 29/99 per «incrementare la qualità della rete commerciale», come spiega Giulio Sbranti, vicesegretario Confesercenti Toscana. Anche nelle tre regioni del Nord-Est si segnalano 594 esercizi in più fra fine 2001 e fine 2000, ma il primo trimestre dell’anno registra un calo di negozi dello 0,70% (-3,61% per l’alimentare e +0,32% del no food). In Veneto (l’area europea con la più alta concentrazione di centri commerciali), gli operatori aspettano, dopo due anni di sperimentazione, un rinnovo della normativa regionale, con controlli più severi: «La liberalizzazione è una scelta obbligata, ma ha bisogno di garanzie – afferma il presidente dell’Anci Veneto, Maurizio Facincani -, bisogna guardare alla specificità dei singoli Comuni in modo che ogni zona abbia almeno i servizi essenziali». Pure il Friuli-Venezia Giulia sta lavorando sul fronte normativo: «Aspettiamo tra qualche settimana i regolamenti di attuazione – dice Giorgio Moretti, vicesegretario regionale della Confesercenti – e chiediamo la razionalizzazione dei punti vendita». Saldo pressoché in pareggio fra 2001 e 2000 nelle tre regioni del Nord-Ovest: il Piemonte ha perso 47 unità, la Liguria ne guadagna 151 e la Valle d’Aosta 14. E la stabilità è confermata dal confronto fra primo trimestre di quest’anno e lo stesso periodo del 2001 (0,02%). Giacomo Gatti, assessore alle Attività produttive in Liguria e coordinatore del commercio in seno alla Conferenza delle Regioni, afferma che «per giungere a una normativa più efficace la stessa Conferenza ha deciso di procedere a un monitoraggio della rete». C’è scetticismo negli operatori piemontesi e della Valle d’Aosta. «È necessario disciplinare meglio le vendite promozionali e diversificare le sanzioni», afferma Ferruccio Dardanello, direttore della Confcommercio Piemonte. Ancor più severo Emilio Cenghialta, direttore della Confcommercio della Valle d’Aosta: «La liberalizzazione delle licenze ha provocato un’espansione della rete distributiva, ma rischia di dequalificare il settore».

Domenica 12 Maggio 2002