Nel campo di battaglia della Cgil (A.Statera)

26/10/2007
    martedì 23 ottobre 2007

      Pagina 15 – Economia

      L’inchiesta

        Nel campo di battaglia della Cgil
        incrociano le armi Pd e Cosa rossa

          Statali, scuola, pensionati, agroalimentare e metalmeccanici sono con Mussi
          L’ortodossia diessina allinea i tessili, i trasporti, i chimici, gli edili, tlc e credito

            Alberto Statera

            ARSENICO e vecchi merletti nella palazzina rosa salmone della Cgil in Corso d´Italia dove, a parte l´intonaco, la tavolozza con tutte le sfumature del rosso, dal vermiglio al rosa tenero, produce la gouache da cui dovrebbe uscire la storica ristrutturazione della sinistra italiana. Riformisti, radicali, massimalisti, socialisti, neocomunisti, veterocomunisti, liberisti di sinistra veri e immaginari – oves et boves et omnia pecora campi – è qui, nella più grande, ricca, solida e strutturata organizzazione della sinistra che, venuti meno da un pezzo il centralismo, la cinghia di trasmissione e il collateralismo, si compone e si scompone come in uno specchio il mosaico dei partiti nascenti, il Pd e la Cosa rossa.

            Al centro della scena i duellanti Guglielmo Epifani, soprannominato «il giovane Werther» dall´ex sindacalista apostata Giuliano Cazzola, e Giorgio Cremaschi, il «Che» dei metalmeccanici della Fiom, che con la sua «Rete 28 aprile» si colloca molto più a sinistra di Rifondazione comunista e che con Gianni Rinaldini, dopo la sconfitta del no nel referendum sul welfare, ha compiuto lo strappo nel parlamentino confederale votando contro il documento della maggioranza e rompendo per la prima volta l´unità sancita dal congresso di Rimini del 2006. Ma sotto è tutto un ribollire, come se la cinghia di trasmissione dei tempi andati avesse cambiato senso, non più dai partiti al sindacato, ma dal sindacato ai partiti.

            Naturali peristalsi, sono solo naturali peristalsi per Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e antico segretario della Cgil piemontese, perché «il Partito democratico è destinato a riscrivere la geografia sindacale e gli altri, quelli del no-Tav e no-tutto non sono certo zuzzerelloni, loro si muovono sul sindacato per aggregare i conflitti ai fini della loro proposta politica di cose rosse».

            Chissà se Chiamparino ha messo il suo zampino anche nella decisione di Sergio Marchionne, l´a.d. in maglioncino blu che frequenta qualche volta in trattoria, di anticipare 30 euro sul contratto dei lavoratori della Fiat, per «l´importante collaborazione al successo del gruppo», creando il paradosso-Torino, dove il Lingotto vota contro l´accordo sul welfare, ma il manager dei miracoli, il più osannnato dell´italico capitalismo nel quale si agitano tanti nani e ballerine superpagati, «va più a sinistra sull´idea di impresa di Giordano e anche di Cremaschi», secondo un´immagine di cui il sindaco di Torino rivendica orgogliosamente il copyright. Il contrario, naturalmente, di quel che divisa il «Che» della Fiom, che vede invece in quei trenta denari «un segnale politico, un attacco grave al sistema contrattuale. La Fiat, Montezemolo e la politica che dicono: guardate, a voi operai ci pensiamo noi capitalisti, altro che il sindacato». Una specie di provocazione politica come la marcia dei 40 mila di romitiana memoria?

            Le «geografia» politica di cui parla Chiamparino, nella palazzina rosa salmone di Corso d´Italia, dove nell´ufficio d´angolo soggiornò indimenticato Luciano Lama che duettava alla pari con Gianni Agnelli, è oggi una specie di puzzle irresoluibile. Bisogna mettere insieme informatori di varie ascendenze per venirne in qualche modo a capo. Diciamo all´ingrosso: area ex-diesse 80 per cento, area Prc più Pdci 20 per cento. Ma che c´è in realtà sotto questi cappelli? Prendiamo la segreteria: Achille Passoni, Nicoletta Rocchi, Mauro Guzzonato e Marigia Maulucci, quella che denunciò accoratamente sull´»Unità» l´Opa in corso della Cosa rossa sulla Cgil, sarebbero nell´ortodossia diciamo fassiniana; Paolo Nerozzi, Carla Cantone, Fulvio Fammoni, Morena Piccinini sono invece con l´area Mussi-Salvi; Paola Agnello Modica oscilla e Epifani-Werther, col fascinoso sorriso stentato alla Harrison Ford, come fu descritto da una sua simpatica collaboratrice, cerca di mediare.

            Nei dipartimenti, negli istituti e negli enti della ricca galassia prevale alla grande la Cosa rossa, peraltro in conflitto al suo interno, con sei dirigenti divisi equamente tra area Mussi e area Angius, contro i tre dell´ex area Fassino. Nelle categorie, l´ortodossia diessina e forse adesso veltroniana allinea i Tessili con Valeria Fedeli, i Trasporti con Fabrizio Solari, i Chimici con Alberto Morselli, gli Edili con Franco Martini, le Telecomunicazioni con Emilio Miceli e il Credito con Domenico Moccia.

            Funzione Pubblica, Scuola, Pensionati, Agroalimentare e Metalmeccanici, quest´ultima l´ex aristocrazia operaia che terremota le alleanze, sono invece in maggioranza con l´area Mussi-Salvi-Angius, che ha anche i segretari generali di Lombardia, Lazio, Puglia, Emilia Romagna, più qualche segretario di capoluogo.

            «Sembra tornato il tempo degli Unni», chiosa il vecchio saggio Giuliano Cazzola, ex compagno considerato oggi un po´ destrorso, che ricorda quando Sergio Cofferati, il Cinese, lasciava il vertice della Cgil da trionfatore: aveva sconfitto Berlusconi, aveva portato milioni di lavoratori e pensionati in piazza e, modesto, rientrava in Pirelli come un novello Cincinnato. In realtà si progettava un nuovo partito del lavoro, la Cgil col Correntone diesse, collocato alla sinistra della Quercia, con la benedizione di Nanni Moretti, di Pancho Pardi e del rutilante mondo dei girotondini. L´operazione fallì, un po´ perché Cofferati non se la sentì di portare fino in fondo lo strappo, un po´ perché Bertinotti non è che gradisse troppo il Cinese, nonostante nel 1994 ne avesse appoggiato l´ascesa in Cgil contro Alfiero Grandi, candidato di Bruno Trentin.

            La storia, in qualche modo, si ripete perché la Cgil può essere oggi la massa critica di un nuovo partito della sinistra: «Se il Partito democratico vince la sua sfida – ci dice speranzoso Chiamparino – il postulato è la riapertura di un processo di unità sindacale improntato all´autonomia, dico autonomia e non indipendenza, come dice invece Cremaschi».

            Balle, secondo Cazzola, che vede come naturale interlocutore del partito di Veltroni più la Cisl che la Cgil balcanizzata dagli scontri su quella tavolozza tra le varie gradazioni di rosso. Per non dire di Renata Polverini, leader dell´Ugl, il sindacato di destra che lei ha portato a contare qualcosa, la quale, a rischio di sentirsi definire una succursale della Cgil dai suoi amici di An, solidarizza con Epifani-Harrison Ford: «Lui, poveretto, si è esposto troppo quando ha detto che il programma di Prodi era il suo programma. Ma poi ha capito e ha fatto marcia indietro, pur in una condizione difficilissima, schiacciato com´è tra Cosa rossa e Partito democratico. Quanto a noi, presunta succursale della Cgil, cosa che considero tutto sommato un complimento, il fatto è che finalmente si è capito che non è solo la sinistra ad avere la privativa sulla tutela dei ceti più deboli».

            Per Cremaschi la questione è un po´ diversa: «Siamo di fronte alla crisi più grave nella storia della Cgil, che, come è ormai evidente, ha una leadership non all´altezza della situazione». Non è il solo a pensarlo, tanto che già ci si chiede se il tormentato segretario generale sarà in grado di contrastare la fuga confederale dal Partito democratico alla Cosa rossa, una specie dei Psiup del nuovo millennio.

            Crisi o non crisi, la galassia rossastra governata da Epifani resta il caposaldo più forte della sinistra in ristrutturazione tra Partito democratico e Cosa rossa, ambita da tutti, da Veltroni, come da Mussi, Diliberto, Giordano e soci. Quattro milioni e mezzo e più di iscritti, 14 mila mila sindacalisti, tremila sedi nel territorio, un miliardo di euro come «giro d´affari» stimato, perché dati ufficiali non ne esistono. Una forza reale così non esiste a sinistra, dopo che le cooperative si sono impaniate con i furbetti velleitari scalatori d´Italia.

            Correva il 1992 quando l´allora sindacalista della Cgil Fausto Bertinotti, nemico giurato di Cofferati, descriveva con angoscia al sottoscritto, suscitando vasto scandalo a sinistra, una «dolorosa omologazione del sindacato al sistema dei partiti, una voglia nient´affatto repressa dei sindacalisti di farsi ceto politico, di farsi Stato». Oggi, con il suo collega sindacalista della Cisl Franco Marini, Bertinotti siede in persona, ai vertici dello Stato.

            Il campo di battaglia a sinistra resta la palazzina rosa salmone in Corso d´Italia dove soggiornarono Di Vittorio e Lama, come in una cinghia di trasmissione che gira al contrario.

            Tra arsenico e vecchi merletti.