“Nei prossimi 10 anni serviranno 440 milioni di nuovi posti di lavoro”

28/01/2011

Parla Philip Jennings, leader dell´associazione mondiale dei sindacati del terziario

DAVOS – «Nel mondo ci sono 200 milioni di disoccupati, ed è il record storico, poi ci sono un miliardo e mezzo di lavoratori sottopagati e privi di diritti. Nei prossimi dieci anni solo per tenere dietro alla demografia dovremo creare 440 milioni di nuovi posti di lavoro». Philip Jennings è il segretario generale di Uni Global Union, l´organismo che riunisce tutti i sindacati del terziario del pianeta, una sorta di Nazioni Unite sindacale.
I posti nuovi saranno per lo più nei Paesi emergenti, il problema dell´Europa è che non ricrea quelli che ha perso negli ultimi due anni.
«Le crisi finanziarie distruggono lavoro in fretta e dopo ci vuole assai più tempo per ricrearlo, ma questa volta il problema è più largo, proprio perché ci sono quei 440 milioni di giovani indiani, cinesi, brasiliani, africani che nei prossimi 10 anni premeranno per entrare nel mondo del lavoro e che competeranno sia con i giovani che con i disoccupati americani ed europei».
Diamo per persa la partita?
«Il sindacato ci ha messo vent´anni a capire che il mercato del lavoro è cambiato, che è diventato un mercato mondiale, che c´è una nuova forza lavoro, che ci sono nuovi luoghi di lavoro. L´Europa e i governi invece non l´hanno ancora capito. Sono ossessionati dal debito: il lavoro non è al centro dell´agenda».
E come sarà il lavoro di domani?
«I due terzi dei posti che saranno creati nei prossimi anni saranno di tipo professionale, tecnologico e con elevati livelli di competenza. E una gran parte di essi sarà nei servizi: ha sentito lei serie discussioni sullo sviluppo dei servizi, sulla qualificazione dei servizi, sulle competenze necessarie e sulla formazione da organizzare per creare quelle competenze?»
Lei è il segretario generale dei sindacati dei servizi, ma dare per morto il manifatturiero mi sembra prematuro.
«E chi lo dà per morto? Vivrà e prospererà, ma sta cambiando profondamente. Sarà a sempre minore intensità di lavoro, e quindi creerà meno occupazione».
E´ in corso uno scambio tra mantenimento dei posti di lavoro da una parte e salario e diritti dall´altra?
«E´ cominciato parecchio tempo fa, c´è stata una enorme pressione da parte della finanza per creare un mondo "low cost" e "low welfare". Ora dopo la crisi lo spazio si è allargato proprio perché è aumentata la disoccupazione».
Il problema è che non si cresce. E se si vuole crescere, e quindi creare lavoro, si deve essere più competitivi.
«Noi sindacati vogliamo la crescita e siamo aperti a ogni discussione su come incrementare la produttività per la semplice ragione che la nostra missione è proteggere il lavoro e favorire la creazione di nuovo lavoro».
In Italia la vertenza Fiat ha messo in discussione il ruolo del contratto nazionale. E´ ancora uno strumento utile?
«E´ fondamentale per garantire un adeguato tenore di vita, è un pilastro. Se scompare comincia una corsa verso il basso»
Può essere però un ostacolo all´aumento della produttività?
«Ci possono essere delle flessibilità e poi c´è la contrattazione aziendale che è lo strumento per aumentare la produttività e condividerne equamente i risultati».
Nel caso Fiat due sindacati sono stati favorevoli all´accordo e uno contrario, come incide una struttura sindacale multipolare sul potere contrattuale?
«Il pluralismo è un valore ma parlare con una voce sola ha grandi vantaggi».
I lavoratori devono avere un ruolo nelle decisioni strategiche dell´azienda?
«In Germania questa formula ha funzionato e aiutato anche a superare momenti difficili, è utile alle aziende e ai lavoratori».
E la partecipazione al capitale?
«E´ una buona cosa, ma deve avere come premessa la stabilità dello stipendio base».