«Nei fondi pensione un terzo delle liquidazioni»

15/01/2003




15 gennaio 2003


Le imprese dovranno pagare fino a un punto in più l’anno sul trattamento di fine rapporto. Il via libera da parte della Cisl

«Nei fondi pensione un terzo delle liquidazioni»

Lo propone il consulente del ministero dell’Economia, Vitaletti. Le pressioni di Bruxelles

      DAL NOSTRO INVIATO
      VITERBO – La maggioranza del Tfr (oltre i due terzi circa) resterà in azienda, una piccola parte (meno di un terzo) sarà destinata obbligatoriamente a un fondo pensione in nome e per conto del lavoratore. Le imprese, tuttavia, dovranno pagare il trattamento di fine rapporto qualcosa in più all’anno (da mezzo punto a uno) in cambio di bonus e sgravi consistenti per i nuovi assunti. La soluzione per sbloccare la creazione del secondo pilastro previdenziale, cioè quello formato da contributi privati, arriva da Giuseppe Vitaletti, consulente fiscale del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Una proposta, definita dall’economista un «contributo personale» che tuttavia parte bene avendo già ricevuto il via libera da parte della Cisl. E, tutto sommato, anche dal Tesoro visto che il sottosegretario Giuseppe Vegas l’ha definita «interessante e da sviluppare».
      «Il progetto è valido, se ne può discutere – ammette Paolo Baretta, responsabile Cisl delle pensioni – ovviamente le aziende, visto che non rinunciano alle liquidazioni, dovrebbero perdere gli sgravi contributivi previsti dalla riforma». La legge delega per la riforma previdenziale, a questo punto, dovrebbe essere profondamente modificata. La proposta Vitaletti, infatti, si aggiunge a quella del viceministro all’Economia Mario Baldassarri su nuove ipotesi di incentivi a restare in pensione e a quella che, secondo quanto riferito dal sottosegretario al Lavoro Alberto Brambilla, il governo stesso farà per abolire il consenso dell’azienda qualora il dipendente decida di prolungare l’età pensionabile.
      Sul capitolo previdenza, dunque, è già iniziata una forte accelerazione per mettere a punto una serie di importanti «aggiustamenti» sotto le pressioni di Bruxelles. Che ieri, all’interno di una ennesima raccomandazione della Commissione per ridurre i costi previdenziali, ha scritto un capitolo su misura per l’Italia nel quale si rileva come «i tempi per incentivare le persone a restare al lavoro più a lungo e sviluppare il secondo pilastro pensionistico, sono tuttora incerti». E, conti alla mano, Bruxelles ha scoperto che ogni anno i prepensionamenti anticipati in Italia «continuano a riguardare 200-250 mila lavoratori».
      Il tempo stringe e un portavoce di Roberto Maroni ha confermato che nei prossimi 15 giorni il ministro del Lavoro incontrerà le parti sociali per «tirare le somme sulle proposte e presentare un nuovo emendamento». Vitaletti ha spiegato la soluzione Tfr nel corso di un dibattito organizzato all’Università della Tuscia di Viterbo da Mauro Marè, economista «bipartisan» poiché collabora sia con lo stesso Vitaletti sia con l’ex premier Giuliano Amato col quale ha scritto un volume sulla previdenza.
      Il braccio destro di Tremonti parte dalla constatazione che nessuno, nè i lavoratori nè le aziende, rinunciano volentieri all’indennità di liquidazione (Tfr) così come prevede la delega. «Soprattutto le piccole imprese, le quali vedrebbero la loro quota di Tfr finire nei fondi pensione che finirebbero per investire nelle grandi». «Così – spiega Vitaletti – un punto di equilibrio potrebbe essere raggiunto lasciando in azienda una parte del Tfr e la rimanente metterla obbligatoriamente in un fondo pensione scelto dal dipendente». Le percentuali sono tutte da studiare e negoziare con le parti sociali. Compreso il rendimento maggiore che le imprese dovrebbero pagare per non perdere il Tfr. Attualmente ammonta all’1,5% più il 75% dell’inflazione.
      Per Vitaletti l’aggravio potrebbe essere fino a un punto massimo che però l’impresa paga solo all’atto della liquidazione. «Con questo meccanismo – spiega ancora l’economista – si dovrebbe soddisfare l’obiettivo sia di incentivare le assunzione sia di disincentivare l’uscita». E di avviare la partenza del secondo pilastro previdenziale come ci chiede l’Europa. «Proviamo così per i prossimi quattro anni – conclude Giuseppe Vitaletti – poi, quando arriva la "gobba", si vedrà se fare ulteriori interventi».
Roberto Bagnoli