Negozi, le Regioni annullano la riforma

18/09/2003



      Giovedí 18 Settembre 2003



      Negozi, le Regioni annullano la riforma

      Liberalizzazioni – Una raffica di provvedimenti locali ha snaturato la legge sul commercio del 1998 e bloccato gli investimenti


      MILANO – La liberalizzazione del commercio si è arenata sulle Regioni. L’ultima iniziativa è stata della Lombardia che, con un recente regolamento, ha bloccato i nuovi investimenti di medie e grandi superfici commerciali. E il fronte delle Regioni resta in movimento. Dopo il recepimento della riforma varata dal Governo nel 1998, ora le amministrazioni, sulla base dei poteri acquisiti dalla riforma del Titolo V della Costituzione, si apprestano a varare nuovi provvedimenti sul commercio. Ma la direzione non è quella della liberalizzazione, come ha ribadito il presidente dell’Ancc-Coop, Giorgio Riccioni.
      Questo il quadro della situazione: restano alcune amministrazioni inadempienti come la Sardegna (manca la legge quadro) o il Molise (grandi superfici); finora sono ben 11 le amministrazioni che hanno imboccato una strada autonoma (Lombardia, Trentino, Toscana, Umbria, Marche, Campania e Puglia) procedendo oltre le norme di recepimento della riforma. Peraltro – rileva una indagine della Federcom-Confcommercio – ben 16 Regioni hanno attuato la riforma del commercio con provvedimenti che sono sfuggiti al controllo governativo.
      Gli operatori denunciano: sul commercio ognuno decide da sè. Un’Italia del commercio a macchia di leopardo non piace ai negozianti. «La situazione è pesante perchè molto differenziata sul territorio – ha sottolineato Giovanni Pomarico, presidente di Federcom-Confcommercio -. In Puglia si fa una cosa, in Campania un’altra. Il Nord va in una direzione e ha una burocrazia più efficiente, il Sud invece resta al palo e in più sconta il fatto che i Piani regolatori sono arretrati, nella migliore delle ipotesi. Le aziende sono duramente sotto pressione perchè non possono permettersi di non crescere e di tenere bloccati gli investimenti. Così si favoriscono solo le realtà che hanno le spalle forti, quelle multinazionali in particolare».
      Una ricognizione dell’Isae ha messo in luce in maniera chiara che il grado di liberalizzazione del commercio, nel corso dell’attuazione della riforma da parte delle Regioni, è stato assai limitato. Oggi – ha ribadito l’analisi Federcom – le Regioni si stanno sganciando dal quadro del decreto 114, quello della riforma. Addirittura, in qualche caso, stanno rispuntando nella pratica le tabelle, che la riforma voluta dal ministro dell’epoca, Pierluigi Bersani, aveva invece falcidiato e ridotto a due grandi comparti: alimentare e non alimentare.
      A leggere nelle pieghe dei provvedimenti di Puglia, Liguria o Veneto – spiegano alla Federcom – ci si rende conto del fatto che le strutture di vendita di maggiori dimensioni subiscono dei contingentamenti e che si privilegiano alcune merceologie a scapito di altre. Così si scopre che i connotati dimensionali per le medie strutture, i 2.500 metri ad esempio, sono sempre più interpretati in modo autonomo e divergente dalle amministrazioni. Insomma, tra le Regioni a orientamento ulteriormente restrittivo vengono inserite anche Toscana, Marche, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, mentre è oggetto di discussione il caso Campania, che va nella direzione opposta e punta a favorire in misura massiccia gli investimenti commerciali. Come del resto ha fatto il Comune di Napoli
      «Ci sono molti segnali pericolosi – ha concluso Roberto Dessì, segretario generale dell’Ancd-Conad -. Si notano a livello regionale rifacimenti parziali e adeguamenti della normativa, ma il taglio di questi interventi sta puntando a restringere piuttosto che ad aprire al mercato: un atteggiamento pericoloso che contrasta spesso con le esigenze del mercato. Il rischio è che si tocchi anche l’area della gestione dei punti vendita».

      VINCENZO CHIERCHIA