Negozi, fuga dal sommerso

17/04/2001

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Negozi, fuga dal sommerso
Sud, migliaia di botteghe si mettono in regola
Rapporto delle Camere di Commercio: solo in Campania risultano oltre 4 mila nuovi esercizi nel 2000. Quattrocento in meno in Lombardia

LUISA GRION


ROMA – Niente insegne, né vetrine, niente pubblicità e di sicuro, nessuno scontrino: ecco a voi il negozio in «nero», quello nel quale si entra di nascosto, magari sollevando la saracinesca di un «innocente» garage o aprendo la porta di quello che a prima vista sembra un appartamento come tanti altri. Lì si vende e si compra come in una qualsiasi bottega, ma non c’è ombra d’autorizzazione o di legalità.
Esiste in Italia una mappa dello «shopping sommerso». I dati infatti parlano chiaro: secondo le ultime indagini di Infocamere, nelle Camere di Commercio italiane, nel 2000 sono stati registrati 12.562 nuove attività commerciali (il saldo risulta sottraendo alle 65.351 nuove iscrizioni le 52.789 cessazioni). E fin qui tutto bene: che l’attività commerciale si sviluppi è un buon segno. I dubbi sulla natura di tale vivacità nascono però quando dal dato generale si scende allo specifico. C’è infatti una concentrazione sospetta: mentre nella stragrande maggioranza delle regioni il saldo è positivo solo per poche centinaia di unità (salvo Lombardia e Friuli dove al contrario le cessazioni superano le iscrizioni) in Campania, e soprattutto a Napoli, il fenomeno assume dimensioni da «boom». Delle 12.562 nuove aperture infatti, le campane sono 4.343: un terzo del totale nazionale distribuito fra le 2.813 nuove iscrizioni di Napoli, le 752 di Salerno, 468 di Caserta, 209 di Avellino e le 101 di Benevento. Cifre decisamente alte, tanto che nel commento dell’Industria (i dati sono disponibili sul sito del ministero) si legge che «la particolare consistenza del saldo positivo della Campania si ritiene possa essere ricondotta a fenomeni di emersione dal sommerso».
Ma quant’è il «nero» del commercio? Cosa vi si vende e compra? Quanta gente ci lavora e campa? «A queste domande è impossibile rispondere – dice Carlo Mochi, responsabile del centrostudi Confcommercio – ma certo, al di un normale turn over e del fatto che in quelle zone l’apertura di una attività commerciale è spesso l’unica alternativa alla disoccupazione, il dato della Campania è sospetto. In parte può essere spiegato con le semplificazioni introdotte dalla riforma del commercio che ha facilitato le procedure per l’autorizzazione. Ora basta farne richiesta al Comune, prima bisognava confidare nella burocrazia e magari sollecitare i tempi con qualche mazzetta. E’ chiaro però che, riforma a parte, dietro ai dati Infocamere si legge la corposa realtà di un abusivismo commerciale che, secondo le nostre stime, realizza il 15 per cento del fatturato totale: si va dagli ambulanti senza licenza al giro delle griffe contraffatte, alle botteghe che nascono e chiudono con il solo obiettivo di riciclare denaro sporco». I settori favoriti dall’illecito sono il tessile e la pelletteria, dicono gli addetti ai lavori: comparti dove e facile acquistare partite in nero (basta contattare uno dei tanti laboratori abusivi che producono al Sud come a Prato) riempire e far viaggiare un camion «clandestino» e arrivare alla vendita di un intero stock di prodotti senza che alcuna carta sia stata compilata, alcuna imposta versata, alcuna traccia lasciata. In questi casi convincere all’emersione non è facile: «Sono disposti ad accettarla solo quelle attività che ormai sono troppo cresciute e sviluppate per operare in un mercato ristretto come quello imposto dall’abusivismo» dice Massimo Marcucci responsabile dei contratti per la Confesercenti. «Negli altri casi, è si parla di una miriade di microattività che magari operano solo in particolari periodi dell’anno, chi è in nero vi resta».