Né scaloni né scalini ma 40 anni di contributi

25/06/2007
    lunedì 25 giugno 2004

    Pagina 8 – Primo Piano

      Retroscena
      La nuova idea sul tappeto

        Né scaloni né scalini
        ma 40 anni di contributi

          ALESSANDRO BARBERA

          Niente scalini, né quote, né una lista di cosiddetti «lavori usuranti» bensì un meccanismo più semplice di incentivi e disincentivi.

          L’ultima mediazione del ministro del Lavoro Cesare Damiano per superare lo «scalone» Maroni funziona così: il primo gennaio 2008 vanno in pensione tutti coloro che hanno 58 anni e 35 di contributi. Dal 2010 cambierebbe tutto. La possibilità di andare in pensione non dipenderebbe più dall’età anagrafica, ma solo dai contributi.

          La soglia sarebbe quella dei 40 anni, ovvero quella che già oggi permette la pensione a prescindere dall’età. Chi avrà raggiunto quella soglia e volesse rimanere al lavoro, potrebbe contare su un incentivo, mentre chi avrà meno di 40 anni di contributi e decidesse di andare comunque in pensione dovrebbe accettare un taglio (i tecnici garantiscono «basso») dell’assegno.

          Potrebbe essere la quadratura del cerchio: nei fatti rende libero l’addio al lavoro (è uno dei paletti di Rifondazione e dei sindacati, in particolare del leader Uil Angeletti) e il meccanismo potrebbe essere applicato alle donne superando così la diatriba sulla soglia dell’anzianità (oggi per loro è più bassa). Cisl e Uil si sarebbero già dette disposte a discuterne ma, a dispetto dell’ottimismo di Enrico Letta, ci sono da risolvere ancora alcuni nodi. Non è un caso che ieri lo stesso sottosegretario alla presidenza, parlando dell’accordo, ha parlato di «settimane». Il governo non esclude di dover allungare la trattativa oltre il termine di giovedì, quando in Consiglio dei ministri dovrebbe approdare il Documento di programmazione economico-finanziaria.

          Il primo nodo – lo si affronterà stamattina in un nuovo vertice alle 11 – è quello delle pensioni basse. Per i sindacati, soprattutto per la Cisl, la soluzione a questo problema vale tanto quanto lo scalone. «Se mi dicono di scegliere fra lo scalone e un aiuto incisivo a chi ha poco – commentava ieri il numero uno Bonanni dopo aver letto un’intervista del diessino Enrico Morando – non avrei dubbi: occorre aiutare prima i più deboli». Il governo ha promesso 1,3 miliardi per aumentare tutti gli assegni attorno ai 500-600 euro di circa 60 euro al mese, i sindacati vogliono la garanzia della rivalutazione per tutte le pensioni e un meccanismo strutturale agganciato all’andamento della crescita economica. Il governo contropropone in cambio una riduzione della platea per l’aumento delle pensioni.

          Altro nodo da risolvere è quello dei «coefficienti di trasformazione», le percentuali in base alle quali calcolare le pensioni future. Il governo vuole applicare il meccanismo previsto dalla legge Dini (prevede un taglio del 6-8 per cento), i sindacati resistono perché dicono che gli assegni dei più giovani saranno già più bassi di quelli di chi va in pensione oggi. Il Tesoro non la pensa così, e per questo ha tirato fuori dal cassetto le tabelle su quanto varrà nel 2050 la pensione di un lavoratore dipendente e di un autonomo. Secondo i calcoli della Ragioneria l’assegno del primo al netto delle tasse varrà il 78 per cento dell’ultimo stipendio. Poco più basso l’assegno dell’autonomo: il 72,1 per cento dell’ultima dichiarazione. Ciò grazie all’aumento del Tfr investito nella previdenza complementare, che garantirebbe il 16 percento in più per il dipendente e ben il 24 per cento della pensione dell’autonomo. Se su questi nodi si troverà l’accordo, allora la strada per rivedere lo «scalone» potrebbe essere in discesa. Lo scoglio di «soglia 40» è il disincentivo poco gradito alla sinistra radicale. Ma più si allungano i tempi della trattativa, più le opzioni si restringono. Ieri le quotazioni di un mix fra età e contributi erano in ribasso.

          L’unica soglia che per il Tesoro non farebbe esplodere la spesa pensionistica è «quota 98», giudicata troppo alta sia dai sindacati che da Rifondazione. Così come Padoa-Schioppa ha fatto capire che non ci sono risorse per gli scalini (partire da 58 anni e 35 di contributi per arrivare ogni 18 mesi ai 60). Gli scalini inoltre evidenziano una verità scomoda della trattativa: comunque vada il Tesoro è indisponibile a una riforma che entro il 2014 non raggiunga la soglia dei 62 anni prevista dalla Maroni. Su questo pare abbia il pieno sostegno di Romano Prodi.