Napoli. Ventimila posti nei 7mila nuovi negozi

15/04/2002









 

Ma nell’area dei megastore i proprietari preferiscono cedere Abbigliamento, calzature, alimentari: in questi settori quasi tutti gli esercizi nati dal 1998 (dopo la legge Bersani)
Ventimila posti nei 7mila nuovi negozi


GIANTOMASO DE MATTEIS

Il boom ha un numero: settemila nuovi negozi in appena tre anni, dall’aprile del ’98 al dicembre 2000. Settemila esercizi commerciali nati sotto l’egida della riforma Bersani. In verità i certificati di nascita ammontano a 10mila unità, 3mila hanno rinunciato al mercato ricorrendo alla cessazione di attività. Il saldo è positivo: a un tasso di natalità alto (10mila, appunto) si affianca un incidenza di mortalità delle imprese commerciali pressocchè modesta (il 30 per cento). I settemila esercizi commerciali nati nell’ultimo triennio rientrano nella cifra dei trentamila negozi che costellano il territorio cittadino. A parte sono da considerare i 2mila bar e i circa 1.000 ristoranti «frenati» nella crescita dai parametri numerici su cui vigila l’amministrazione comunale: il numero è fermo da quattro anni. Si acquisisce la licenza per cessione di impresa o per bando (il 23 aprile il prossimo). Chi sono i nuovi soggetti che si sono affacciati sul mercato del commercio napoletano? Per Rosario Stornaiolo, segretario metropolitano della Filcams Cgil, sono quasi tutte aziende venute dal sommerso, grazie alla liberalizzazione della Bersani. «Non solo aggiunge l’assessore comunale agli Affari sociali Raffaele Tecce ma circa la metà dei settemila negozi nati negli ultimi tre anni ha scelto i settori tradizionali: il tessile, l’abbigliamento, il calzaturiero». Il risvolto occupazionale? Aspettando i dati ufficiali (difficili da definire nel terziario per la molteplicità delle variabili) si ricorre alla media di tre dipendenti per ogni impresa. Risultato: sono circa ventimila i nuovi addetti per un fatturato di centinaia di miliardi di vecchie lire.
La novità. I titolari sono tutti giovani sotto i 35 anni, hanno quasi tutti (il 70 per cento) un diploma di scuola superiore, se non una laurea. «Sono cifre che spiegano l’irrisolto problema occupazionale della città», dice Tecce. I settemila sono disseminati un po’ dappertutto. Ogni quartiere ha le sue caratteristiche. A Via Toledo, per esempio, con l’arrivo dei megastore, molti commercianti hanno ceduto l’affitto. «Ma si sono trasferiti altrove», osserva il presidente del centro commerciale Peppe Giancristofaro. E se da piazza del Tempio, Poggioreale, e fino a piazza Nazionale sono nati come funghi una ventina tra discount e supermercati, a Fuorigrotta e Secondigliano c’è stato il boom dei mercatini. Al Vomero e Chiaia, quartieri di pregio, il mercato è cambiato per la ceditura dei locali. Ecco come si spiega la nascita, nella zona collinare, di 15 trattorie in 4 anni, e lo sbarco delle grandi griffes che subentrano ai nomi storici del commercio vomerese: Promod a Coppola, Marina Rinaldi a Blasi, Marella a Corrano. Hanno passato la mano per colpa dei fitti, arrivati alle stelle», spiega il presidente del centro commerciale Enzo Perrotta. Più mille occupati in due anni, nella zona collinare, tra nuovi ed «emersi» (operazione conveniente, quest’ultima: tra bonus fiscali e oneri contributivi sospesi per tre anni). Ma con un giro d’affari che è rimasto pressappoco lo stesso: 20mila miliardi di lire. Il decremento nel settore dell’abbigliamento è stato compensato dal giro d’affari delle grandi griffes. C’è però chi al boom guarda con sospetto. Nunzio Vitolo, presidente regionale Fac (Federazione autonoma commercianti): «Manca un monitoraggio degli investimenti nelle imprese: da dove provengono questi capitali?».