Napoli. “Il mio mestiere: subire ricatti”

15/07/2002

13 luglio 2002

Valentina, la voce di 4mila colf: offese qui, tangenti in Ucraina
Quotidiani disagi e il timore di non poter pagare la sanatoria
"Il mio mestiere: subire ricatti"


DANIELA D’ANTONIO




Basta pagare. Una mazzetta di dollari e la prima volta puoi venire qui dall’Ucraina in autobus, non c’è bisogno di viaggiare aggrappato sotto un treno o nel rimorchio di un camion pieno zeppo di stufe. Solo la prima volta, però.
Basta pagare e a Napoli ti sistemi subito: i soldi all’amica che trova un letto per i primi giorni (dieci, quindici euro a notte); i soldi all’altra amica che offre lavoro in una famiglia (tra 100 e 150 euro per l’intermediazione). E quando finalmente ci sono un lavoro e una casa gratis, si paga (sempre in dollari) la domenica per mandare un pacco a casa o per riceverne uno dall’Ucraina: cetrioli sott’olio, carne secca, olive condite, l’odore di casa è fatto solo di aromi che si impregnano sui vestiti. Così dura di più.
Parla Valentina ma potrebbero essere Caterina, Bea, Aneta. Duemila, tremila, quattromila donne solo a Napoli. Chi lo sa. Nessuna statistica riesce a imprigionare questo numero. Soprattutto da quando si è sparsa la voce che ci sarebbe stata la sanatoria e sono arrivate ancora più numerose. E adesso tutte a chiedere: Signora, facciamo permesso di soggiorno?
Basterà pagare, c’è da giurarci, anche per questo.
I soldi. «Siamo un po’ prigioniere. Bisogna pagare anche se dopo due anni hai voglia di rivedere i figli o il marito. I soldi servono per cambiare identità e rientrare in Italia. E uno dei modi più usati è divorziare in patria e guadagnare un documento pulito. A casa ho lasciato due figli e un lavoro da infermiera. Avevo deciso di stare qui due anni per comprare una casa. Ma negli ultimi tempi i prezzi sono aumentati e quindi dovrò resistere un anno ancora. Io qui guadagno settecento euro al mese. Mi sta bene. Molte guadagnano anche trecento euro in meno. Da questa cifra devo tirar via cento dollari al mese di tangente che pago al mio capo, nell’ospedale, che in cambio mi tiene il posto. E devo ripagare quelli che mi hanno prestato i dollari che sono serviti per venire qui. La mafia, sì».
Il Lavoro «Prima stavo in una casa di Giugliano. Otto persone e una donna anziana da accudire per novecentomila lire al mese. Sveglia alle 7, la mattina e la notte la signora mi svegliava almeno un paio di volte. Durante il giorno pulivo la casa, cucinavo, lavavo e stiravo per tutti. Non mi trovavo bene: il cibo per me era diverso, mangiavo solo cose che costano poco. Quando uscivo mi controllavano nella borsa per paura che rubassi. Uscivo per quattro ore il giovedì e otto la domenica. Adesso, da quando sono a Napoli va meglio. In casa sono quattro, due adulti e due bambini. Non siedo a tavola con loro ma almeno mangiamo le stesse cose. Se un pomeriggio voglio uscire per mezz’ora per andare in farmacia posso».
Le amiche. «La domenica mattina mi sveglio all’alba per andare in via Marina, al mercato ittico, dove arriva il pullman con le lettere i pacchi. Poi facciamo il pic nic in un’aiuola, o in villa comunale. Sto lontana da piazza Garibaldi, ho paura, c’è brutta gente».
Il dolore. «Voglio bene a questi bambini ma mi fanno pensare ai miei figli che quando li ho salutati erano piccoli. In questi due anni li ho visti crescere in fotografia. Loro non capiscono i sacrifici che faccio. A volte non vogliono neanche parlare al telefono».