Napoli: Commesse, 200 mila ragazze “fuorilegge”

28/04/2001

Sabato 28 aprile 2001
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Napoli

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Commesse, 200 mila
ragazze "fuorilegge"

Hanno 20-30 anni, lavorano 8 ore al giorno e senza contributi

DANIELA D’ANTONIO

I dati ingannano, evidentemente. Almeno 4 mila nuovi negozi inaugurati nel 2000 ma se parli con i vertici dell’Ascom, l’associazione dei commercianti, ti dicono che «le cifre non corrispondono alla fotografia di un settore in stato di benessere».
Sarà, ma è anche difficile che tanti nuovi investimenti siano sintomo di sofferenza. E non è un caso che la crescita coincida con le facilitazioni concesse dalla legge Bersani e dalle delibere comunali che l’hanno resa esecutiva. Argomento che in campagna elettorale diventa rischioso: ammettere questi risultati significa dare un riconoscimento all’ex assessore, Raffaele Tecce sostenitore del centrosinistra.
Inutile poi buttare sul tavolo la carta della provocazione: se rifiutate di lavorare nei giorni di festa, quando la città è piena di turisti, significa che gli affari vanno bene? «Chiudiamo i negozi perché non si fanno affari: stare aperti in un giorno di festa significa pagare i dipendenti profumatamente…». E ancora: «Qui a Napoli non siamo attrezzati per il lavoro interinale…».
Allora chiedi alla Cgil, allo sportello che offre consulenza ad almeno duemila persone all’anno: quanti sono i dipendenti dei negozi napoletani?
«La stima ufficiale è di tre addetti per ciascuna delle 40 mila attività commerciali che ci sono tra Napoli e provincia di cui, almeno uno è il titolare e spesso il secondo è la moglie», spiega Rosario Stornaiuolo, responsabile del settore commercio della Cgil.
Quindi, almeno ufficialmente, sono circa 120 mila persone impiegate nei 40 mila negozi di Napoli e provincia. «Diciamo che sono almeno il doppiocorregge il sindacalistama è impossibile avere un dato preciso: sono troppi quelli che lavorano a nero».
E non si dica che è una stima di parte: ne conta 200 mila anche Enzo Perrotta, il presidente del centro commerciale VomeroArenella, il più grande della città.
Sono soprattutto donne, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, che guadagnano tra le 500 e il milione al mese, senza contributi per otto ore al giorno di lavoro e che spesso perdono il posto alla prima gravidanza. Una città parallela, quella delle commesse, popolata da bellissime ragazze che al mattino scendono a gruppi dai vicoli dei Quartieri spagnoli o che arrivano in autobus dalle periferie.
Prima il sogno era sposare bene. Adesso i miti sono le direttrici delle boutique di lusso del centro, le manager. O meglio, mettere da parte un gruzzolo per aprire un piccolo negozio e diventare titolare. Un mondo, quello dei dipendenti a nero, molto affollato in periferia e nelle zone segnate dal commercio di battaglia, meno nei quartieri del centro. Un mondo che potrebbe diventare legale: proprio la Cgil, insieme con l’Inps e le associazioni di categoria dei commercianti sta cercando di avviare una sanatoria. In tre anni gli imprenditori potrebbero assumere a tempo pieno tutti i loro dipendenti ed accedere così a facilitazioni come i corsi di formazione e incentivi stanziati per le piccole imprese.

Nel frattempo, il commercio somiglia sempre di più ad un pozzo di cui è difficile intuire la profondità e nel quale si rischia di precipitare se si affronta il capitolo più scomodo: quello del riciclaggio del denaro sporco.
La Guardia di Finanza e la magistratura indagano. le stesse associazioni dei commercianti denunciano l’insidia di dover affrontare la concorrenza di commercianti finanziati dalla malavita che comprano a suon di miliardi antiche attività commerciali. Un’altra insidia oltre al pizzo. Le vecchie insegne scompaiono. Al posto loro marchi nuovi, nati negli ultimi due o tre anni e in continua espansione: anche tre negozi uguali sulla stessa strada. Vendono tutti le stesse cose e vengono ristrutturati in continuazione. Le imprese che eseguono i lavori sono sempre le stesse.