Musumeci: Risanatore anche per sport

15/07/2003





Lunedì 14 luglio 2003


MANAGER
Ernesto Musumeci: da Mondadori a Olivetti a Fiamm

Risanatore anche per sport

Chi è il manager chiamato a tirar fuori dai guai la Giacomelli (articoli sportivi), deragliata dopo l’acquisizione di Longoni

      Nel mondo anglosassone gente come lui si definisce «corporate doctor» e di questi tempi è richiesta. Ernesto Musumeci, manager di 60 anni, è stato chiamato in questa veste al capezzale del gruppo Giacomelli – dove si è appena insediato alla presidenza al posto di Gabriella Spada – dopo essersi guadagnato fama di risanatore. A lui spetterà l’arduo compito di rimettere sui binari giusti l’azienda romagnola di articoli sportivi, che ha appena depositato al tribunale di Rimini la richiesta di amministrazione controllata in attesa di un aumento di capitale per 50 milioni di euro, su cui deve pronunciarsi l’assemblea del 18 luglio e sulla cui base verranno negoziati gli accordi coi debitori e con le banche per definire un piano di rimborso dei debiti. «E’ un compito che non mi spaventa particolarmente – commenta Musumeci – perché le premesse strutturali per ottenere ottimi risultati ci sono tutte: in complesso l’azienda va bene, si tratta di ridurre la sproporzionata esposizione finanziaria e digerire l’indigesta acquisizione di Longoni sport. Un obiettivo che può essere raggiunto con azioni di normale risanamento». Quello dell’advisor è un ruolo ormai diffuso anche in Italia, dove la crisi non risparmia piccole e grandi imprese. Ma gli interventi di Musumeci, che si occupa di ristrutturazioni dal 2001 tramite la sua società di consulenza Msg, hanno caratteristiche particolari. «Preferisco non affrontare mai il problema prendendolo solo da una prospettiva, finanziaria o industriale, ma concepire un piano complessivo guardando a tutti gli aspetti e poi dare una mano in prima persona a metterlo in pratica»: così Musumeci spiega la sua filosofia «chiavi in mano». E dopo il rilancio del gruppo Fiamm, di cui è stato a capo dal ’97 al 2001 e da cui è uscito per contrasti con la famiglia Dolcetta in seguito alla mancata quotazione in Borsa, l’esperienza sembra dargli ragione. L’approccio di Musumeci è ben conosciuto nei Paesi anglosassoni, ma di fronte al dilagare della crisi «ora sta cominciando ad affermarsi anche da noi».
      «Molte piccole imprese – commenta Musumeci – negli ultimi anni hanno sperato che la situazione cambiasse, che il mercato riprendesse a tirare, così non si è intervenuti in tempo a curare un male che si credeva fosse congiunturale e invece è strutturale. Ma mentre gli imprenditori temporeggiavano, immobilismo e tatticismo hanno accelerato la deindustrializzazione dell’Italia, che ormai è un fatto compiuto».
      Partito giovanissimo dal Politecnico di Torino con una laurea in ingegneria nucleare, emigrato negli Usa prima alla Illinois Central e poi alla Abex Corporation con incarichi manageriali, Musumeci è tornato in Italia per due anni per fondare Abex Italia e da qui si è trasferito al quartier generale europeo della Itt di Bruxelles, dov’è stato per dieci anni, dal ’76 all’86, amministratore delegato di diverse società della grande conglomerata newyorkese, nota per il suo ruolo nelle telecomunicazioni. Nell’86 torna in Italia come direttore generale dell’area industriale Mondadori, dove resta fino al ’91, quando viene chiamato a Olivetti Office come amministratore delegato. Orfano di Ivrea, nel ’96 riprende le peregrinazioni, prima alla Sara Lee Europe e poi alla Fiamm come amministratore delegato.
      «Nei primi 25 anni di matrimonio mia moglie ha affrontato 11 traslochi – riassume – finché abbiamo deciso di stabilirci a Torino, la sua città, anche se io ho continuato a girare». Nato a Ferrara ma di origini siciliane, l’attuale presidente della Giacomelli continua a sperare di poter usare un giorno la sua expertise per aiutare qualche impresa italiana a fare il salto di qualità che ci manca. «Non siamo più la Taiwan dell’Occidente – conclude – perché ormai ci sono altri con costi di manodopera molto più bassi: da qui si esce solo se si è in grado di generare quel tipo di produzione più avanzata che ci metterebbe al riparo dalla concorrenza dei Paesi emergenti. Ma è proprio qui che l’Italia si è fermata».
Elena Comelli


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