Mundell: «Il Patto è positivo ma bisogna fare di più»

10/07/2002

Mercoledí 10 Luglio 2002







Mundell: «Il Patto è positivo ma bisogna fare di più»

V.D.R.

MILANO – «Per crescere l’Italia ha bisogno di un mercato del lavoro flessibile e competitivo. Le recenti modifiche all’articolo 18 sono passi nella giusta direzione di una maggior flessibilità ma non sono ancora sufficienti. Le norme che impediscono alle aziende di licenziare, come l’articolo 18 in Italia, vanno eliminate», afferma Robert Mundell, premio Nobel per l’economia nel 1999, lunedì sera a Milano in occasione dell’incontro svoltosi all’Ottagono sul tema «Economia e politica» organizzato da EuroMilano. «Nel corso degli anni ho studiato a lungo i meccanismi che regolano il mercato del lavoro. Naturalmente ci sono grandi differenze tra il mercato americano e quello europeo, diversità dovute sostanzialmente a motivi storici. Nonostante queste diverse impostazioni di fondo ho potuto constatare che la maggiore differenza è dovuta al l’azione dei Governi europei che hanno bloccato il mercato del lavoro con una serie eccessiva di regole. Purtroppo però se impediamo il licenziamento ad una azienda la carichiamo di un fardello improprio», precisa il premio Nobel. Un esempio può chiarire l’astratta teoria. «Supponiamo che l’Italia, Paese che amo molto e dove vivo parte del l’anno, entri in una grave recessione. Ipotizziamo che questo rallentamento dell’attività economica faccia salire il tasso di disoccupazione dall’attuale 9,1% al 15. Non è possibile lasciare questo fardello sulle spalle delle aziende perché fallirebbero. Questo allora diventerebbe un problema nazionale. Anzi, per essere ancora più preciso, si trasformerebbe, nell’era della moneta unica, in un problema europeo. In altri termini è semplicemente inconcepibile che un’azienda possa risolvere problemi di questa natura con i suoi soli mezzi perché l’unico sbocco sarebbe quello di portare i libri in tribunale», conclude Mundell. C’è un ulteriore elemento da analizzare. Se il mercato del lavoro resta rigido le imprese frenano sugli investimenti. Si crea un circolo vizioso dove le rigidità del mercato del lavoro rallentano la crescita potenziale di un’area forte come quella di Eurolandia e tengono lontano gli investimenti internazionali. «Inoltre vorrei sgombrare il campo da un’opinione molto diffusa secondo cui l’euro sarà l’artefice di un’armonizzazione dei salari europei. Vorrei escludere questa ipotesi. In Europa il livello di produttività è molto diverso da Paese a Paese. Basti pensare alla diversa produttività che si riscontra in Portogallo e in Grecia rispetto a quella tedesca o francese. I salari seguono la produttività e questa è aumentata grazie alla cosiddetta rivoluzione tecnologica che ha portato enormi risparmi. L’euro non c’entra», afferma Mundell. «La vera svolta si è celebrata al summit Ue di Barcellona dove i capi di Stato e di governo dei Quindici hanno fatto passi avanti verso un mercato più flessibile del mercato del lavoro e dove si sono poste le basi di una rivoluzione europea della e-economy come quella avvenuta negli Usa. Se queste riforme troveranno attuazione in Europa l’euro potrebbe diventare entro il 2010 la moneta più forte a livello mondiale. Per ora, invece, si dovrà accontentare di restare in una forchetta compresa tra 0,90 e 1,10 contro il dollaro», conclude Mundell.