Mouse fermi per Yahoo! che licenzia

02/03/2004



 
   
02 Marzo 2004
ECONOMIA




 

Mouse fermi per Yahoo! che licenzia
A casa un’impiegata. La Cgil: «Presto altri scioperi». I nodi della net economy
BEPPE MARCHETTI


Una lettera. Così, nel modo più impersonale, Stefania (nome di fantasia) ha saputo di non avere più un lavoro. Il mittente è Yahoo! Italia, emanazione del colosso americano della
new economy: sede a Milano, un grande ufficio su tre piani e circa 35 dipendenti. Adesso diventati uno di meno. L’azienda parla di «giustificato motivo oggettivo», ma secondo il sindacato non c’era una ragione al mondo per licenziare Stefania. Intanto i lavoratori scioperano: a inizio febbraio, per un’ora, i mouse sono rimasti fermi e i pc spenti. E mercoledì in assemblea ci potrebbero essere nuove iniziative. Non sembrerà granché, ma si deve pensare che nella giovane storia italiana di Yahoo! (esiste dal 1998) di scioperi non c’è traccia. La società ha giustificato il provvedimento con una parola insidiosa: riorganizzazione dell’advertising operation. Che è il settore deputato a programmare la pubblicità sul sito. Solo che di pubblicità da programmare ce n’è pochina, a quanto pare. E in più con un così bel nome inglese – avrà pensato qualche brillante dirigente – la sezione sta meglio a Londra che a Milano. Stefania in Inghilterra ci sarebbe anche andata, ma le hanno offerto solo pochi euro in più. E va bene il carovita, ma la differenza di prezzi tra Milano e Londra si sente eccome. Insomma la ragazza ha fatto due conti e risposto no grazie, preferisco rimanere in Italia.

A questo punto i dirigenti sono passati alle minacce: o ti sposti a Londra o te ne vai. E Stefania è sì andata, ma dal sindacato. Una mossa che l’azienda non s’aspettava. A seguire il suo caso è Nicola Cappelletti della Filcams. Dice che Stefania «è intimidita, tanto che non vuole che si faccia il suo nome». Ma è anche decisa a continuare la vertenza: «Le ho detto che le possibilità di reintegro ci sono tutte, perché il licenziamento è mal congegnato». Dall’inizio di questa vicenda a Yahoo! è comunque successo qualcosa d’importante: hanno scoperto il sindacato. «In pochi giorni più della metà dei lavoratori si sono iscritti», dice Cappelletti. E l’azienda ha ora due delegati sindacali. «C’è un clima di solidarietà imprevista – dicono – con dirigenti che magari non si espongono in pubblico ma poi ti danno pacche sulle spalle nei corridoi».

Questo della rappresentanza sindacale nella new economy è un tema importante. Perché è un comparto industriale nuovo e vasto: secondo l’Assinform – associazione che riunisce le aziende di Information and communication technology (Ict) – in Italia ci sono mezzo milione di net worker, quasi la metà dei quali nella sola area di Milano. E non esiste un contratto nazionale: i lavoratori a contratto sono polverizzati in una miriade di inquadramenti: hanno il contratto del commercio o quello metalmeccanico.

Ma la metà di loro sono precari: ex co.co.co che adesso diventeranno lavoratori a progetto o dovranno aprire una partita iva. Lo ricorda Filippo Di Nardo, presidente di Bread & roses, una branca della Cisl che si occupa di net worker. Sul caso di Yahoo! commenta: c’è come un «ritorno al periodo feudale, con l’azienda che decide e ai lavoratori è chiesto di accettare solo le questione». Ma più in generale alle aziende del settore «manca una cultura sindacale, non hanno mai avuto a che fare con noi e ci vedono alieni, se non come nemici».

E allora ci vorrebbe, secondo Di Nardo, un sindacato specializzato. Perché dal lato padronale c’è la Federcomin, che rappresenta le imprese di telecomunicazioni e informatica. Ma soprattutto perché la lotta più importante deve mirare al contratto di categoria, l’unico che potrà garantire un trattamento omogeneo e uguali diritti a tutti i lavoratori.